Innumerevoli
biografie hanno cercato di fare chiarezza sul misterioso avventuriero che
caratterizzò il secolo dei Lumi: taumaturgo, "amico dell'Umanità", cultore
e divulgatore delle scienze esoteriche oppure scaltro imbonitore, comune
ciarlatano? Il quesito, finora, non ha avuto risposta certa: il mistero
che da sempre avvolge le molteplici attività svolte da Cagliostro
contribuisce a tenere vivo l'interesse su di lui.
Giuseppe Balsamo nacque a Palermo il 2 giugno 1743, dal mercante Pietro
Balsamo e da Felicita Bracconieri. A causa delle modeste condizioni
economiche, alla morte del padre fu affidato al seminario di S. Rocco a
Palermo. Nel 1756 entrò come novizio presso il convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone per essere affiancato al frate speziale,
dal quale apprese i primi rudimenti di farmacologia e chimica. Nel 1768
sposò a Roma Lorenza Feliciani, avvenente e giovanissima fanciulla dell'
età di quattordici anni. Fino al momento del matrimonio non si hanno altre
notizie documentate: è presumibile che abbia vissuto di espedienti durante
la gioventù. D'altra parte, lo stesso Cagliostro dichiarò pubblicamente di
provenire da paesi sconosciuti, di aver trascorso gli anni dell'infanzia
alla Mecca e di aver conosciuto gli antichi misteri dei sacerdoti egizi
attraverso gli insegnamenti del sapiente Altotas. Sarà monsignor Giuseppe
Barberi, fiscale generale del Sant'Uffizio, che nel suo Compendio sulla
vita e sulle gesta di Giuseppe Balsamo, redatto nel 1791, smentirà queste
dichiarazioni divenendo uno dei suoi più accaniti detrattori. Secondo il
Barberi, Cagliostro avrebbe esercitato truffe e mistificazioni anche a
Barcellona, Madrid e Lisbona con l'aiuto della maliarda Lorenza, che
irretiva uomini facoltosi con arti sottili che andavano dall'avvenenza
fisica alla promessa di miracolose guarigioni grazie a polveri e a formule
magiche.
Risale al 1771 il primo viaggio a Londra della giovane
coppia: sembra che là il Balsamo sia finito in prigione per debiti e, per
restituire le somme dovute, fu costretto a lavorare come decoratore. Nel
1772 a Parigi, Lorenza si invaghì dell'avvocato Duplessis e, a causa di
questa relazione, fu rinchiusa nel carcere di Santa Pelagia, la prigione
delle donne di malaffare. La riconciliazione non tardò ad avvenire e i
coniugi, dopo varie peregrinazioni in Belgio e in Germania, rientrarono a
Palermo e poi a Napoli. Nello stesso anno, il Balsamo si recò a Marsiglia
e si cimentò nelle vesti di taumaturgo: sembra che, dietro lauto compenso,
fece credere ad un innamorato di poter riacquistare il vigore fisico
mediante l'attuazione di alcuni riti magici. Scoperto l'imbroglio, fu
costretto a fuggire e a cercare riparo in Spagna, a Venezia, quindi ad
Alicante per terminare la fuga a Cadice. Ritornò a Londra nel 1776,
presentandosi come conte Alessandro di Cagliostro, dopo aver fatto uso di
nomi altisonanti accompagnati da fantasiosi titoli quali conte d'Harat,
marchese Pellegrini, principe di Santa Croce: durante questo soggiorno,
insieme alla moglie, divenuta nel frattempo la celestiale Serafina, viene
ammesso alla loggia massonica "La Speranza". Da questo momento la vicenda
di Cagliostro può essere ricostruita sulla base di documenti ufficiali e
non su libelli diffamatori fatti circolare dai nemici più acerrimi. La
massoneria gli offrì ottime opportunità per soddisfare ogni ambizione
sopita. Grazie alle vie da essa indicate e alle cognizioni acquisite, egli
poté riscuotere successi appaganti moralmente ed economicamente che lo
portarono, dal 1777 al 1780, ad attraversare l'Europa
centro-settentrionale, dall'Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo e
alla Polonia. Il nuovo rito egiziano di cui Cagliostro era Gran Cofto,
aveva affascinato nobili ed intellettuali con le sue iniziazioni e
pratiche rituali che prevedevano la rigenerazione del corpo e dell'anima.
Grande risalto ebbe, inoltre, la figura di Serafina, presidentessa di una
loggia che ammetteva anche le donne, con il titolo di regina di Saba. Alla
corte di Varsavia, nel maggio del 1780, ricevette un'accoglienza trionfale
tributata dal sovrano in persona: la sua fama di alchimista e guaritore
aveva raggiunto le vette più alte!
Considerevole diffusione ebbero in quegli anni l'elixir di lunga vita, il
vino egiziano e le cosiddette polveri rinfrescanti con i quali Cagliostro
compì alcune portentose guarigioni curando, spesso senza alcun compenso, i
numerosi ammalati che, nel 1781, gremivano la residenza di Strasburgo. Il
comportamento filantropico, la conoscenza di alcuni elementi del
magnetismo animale e dei segreti alchemici, la capacità di infondere
fiducia e, al tempo stesso, di turbare l'interlocutore, penetrarlo con la
profondità dello sguardo, da tutti ritenuto quasi soprannaturale: queste
le componenti che contribuirono a rafforzare il fascino personale e
l'alone di leggenda e di mistero che accompagnarono Cagliostro fin dalle
prime apparizioni. Poliedrico e versatile, conquistò la stima e
l'ammirazione del filosofo Lavater e del gran elemosiniere del re di
Francia, il cardinale di Rohan, entrambi in quegli anni a Strasburgo.
Tuttavia, Cagliostro raggiunse l'apice del successo a Lione, dove giunse
dopo una breve sosta a Napoli e dopo aver risieduto più di un anno a
Bordeaux con sua moglie. A Lione, infatti, egli consolidò il rito
egiziano, istituendo la "madre loggia", la Sagesse triomphante, per la
quale ottenne una fiabesca sede e la partecipazione di importanti
personalità. Quasi nello stesso momento giunse l'invito al convegno dei
Philalèthes, la prestigiosa società che intendeva appurare le antiche
origini della massoneria. A Cagliostro non restava che dedicarsi anima e
corpo a questo nuovo incarico, parallelamente alla sua attività
taumaturgica ed esoterica, ma il coinvolgimento nell'affaire du collier de
la reine lo rese protagonista suo malgrado, insieme a Rohan e alla
contessa Jeanne Valois de la Motte, del più celebre ed intricato scandalo
dell'epoca, il complotto che diffamò la regina Maria Antonietta e aprì la
strada alla rivoluzione francese. Colpevole solo di essere amico di Rohan
e di aver consigliato di rivelare la truffa al sovrano, Cagliostro,
accusato dalla de la Motte, artefice di ogni inganno, fu arrestato e
rinchiuso con sua moglie nella Bastiglia, in attesa del processo. Durante
la detenzione, ebbe modo di constatare quanto grande fosse la popolarità
raggiunta: furono organizzate manifestazioni di solidarietà e, il giorno
della scarcerazione, fu accompagnato a casa dalla folla acclamante.
Nonostante il Parlamento di Parigi avesse appurato l'estraneità di
Cagliostro e di sua moglie alla vicenda, i monarchi ne decretarono
l'esilio: la notizia giunse a pochi giorni dalla liberazione, costringendo
il "Gran Cofto" a riparare frettolosamente a Londra. Da qui scrisse al
popolo francese, colpendo il sistema giudiziario e preannunciando
profeticamente la caduta del trono capetingio e l'avvento di un regime
moderato. Il governo francese si difese opponendo gli scritti di un
libellista francese Théveneau de Morande che, stabilita la vera identità
di Cagliostro e di Serafina, raccontò sulle gazzette le peripezie e i
raggiri dei precedenti soggiorni londinesi, al punto che l'avventuriero
decise di chiedere l'ospitalità del banchiere Sarrasin e di Lavater in
Svizzera. Rimasta a Londra, Serafina fu persuasa a rilasciare
compromettenti dichiarazioni sul marito che la richiamò in Svizzera in
tempo per farle ritrattare tutte accuse.
Tra il 1786 e il 1788 la coppia cercò di risollevare le proprie sorti
compiendo vari viaggi: Aix in Savoia, Torino, Genova, Rovereto. In queste
città Cagliostro continuò a svolgere l'attività di taumaturgo e ad
istaurare logge massoniche. Giunto a Trento nel 1788, fu accolto con
benevolenza dal vescovo Pietro Virgilio Thun che lo aiutò ad ottenere i
visti necessari per rientrare a Roma: pur di assecondare i desideri di
Serafina, era disposto a stabilirsi in una città ostile agli esponenti
della massoneria, considerati faziosi e reazionari. Cagliostro, poi,
preannunziando la presa della Bastiglia, carcere simbolo dell'assolutismo
monarchico, e la fine dei sovrani di Francia, destava particolare
preoccupazione, alimentata anche dalla sua intraprendenza negli ambienti
massonici. Non trovando terreno fertile nei liberi muratori, che oramai
guardavano a lui solo come ad un volgare lestofante, Cagliostro tentò di
costituire anche a Roma una loggia di rito egiziano, invitando il 16
settembre 1789 a Villa Malta prelati e patrizi romani. Le adesioni furono
soltanto due: quella del marchese Vivaldi e quella del frate cappuccino
Francesco Giuseppe da San Maurizio, che fu nominato segretario.
L'iniziativa, pur non conseguendo l'esito sperato, fu interpretata come
una vera e propria sfida dalla Chiesa che, attraverso il Sant'Uffizio,
sorvegliò con maggior zelo le mosse dello sprovveduto avventuriero.
Il pretesto per procedere contro Cagliostro fu offerto proprio da Lorenza
che, consigliata dai parenti, aveva rivolto al marito accuse molto gravi
durante la confessione: era stata indotta a denunciarlo come eretico e
massone. Cagliostro sapeva bene di non potersi fidare della moglie, che in
più di un'occasione aveva dimostrato scarso attaccamento al tetto
coniugale, e per questo sperava di poter rientrare in Francia, essendo
caduta la monarchia che lo aveva perseguitato. A tal fine scrisse un
memoriale diretto all'Assemblea nazionale francese, dando la massima
disponibilità al nuovo governo. La relazione venne intercettata dal Sant'Uffizio
che redasse un dettagliato rapporto sull'attività politica ed
antireligiosa del "Gran Cofto": papa Pio VI, il 27 dicembre 1789, decretò
l'arresto di Cagliostro, della moglie Lorenza e del frate cappuccino.
Ristretto nelle carceri di Castel Sant'Angelo sotto stretta sorveglianza,
Cagliostro attese per alcuni mesi l'inizio del processo. Al consiglio
giudicante, presieduto dal Segretario di Stato cardinale Zelada, egli
apparve colpevole di eresia , massoneria ed attività sediziose. Il 7
aprile 1790 fu emessa la condanna a morte e fu indetta, nella pubblica
piazza, la distruzione dei manoscritti e degli strumenti massonici. In
seguito alla pubblica rinuncia ai principi della dottrina professata,
Cagliostro ottenne la grazia: la condanna a morte venne commutata dal
pontefice nel carcere a vita, da scontare nelle tetre prigioni
dell'inaccessibile fortezza di San Leo, allora considerato carcere di
massima sicurezza dello Stato Pontificio. Lorenza fu assolta, ma venne
rinchiusa, quale misura disciplinare, nel convento di Sant'Apollonia in
Trastevere dove terminò i suoi giorni. Del lungo periodo di reclusione,
iniziato il 21 aprile 1791 e durato più di quattro anni, rimane
testimonianza nell'Archivio di Stato di Pesaro, ove sono tuttora
conservati gli atti riguardanti l'esecuzione penale ed il trattamento,
improntato a principi umanitari, riservato al detenuto.
In attesa di segregare adeguatamente il prigioniero, egli fu alloggiato
nella cella del Tesoro, la più sicura ma anche la più tetra ed umida
dell'intera fortezza.
In seguito ad alcune voci sull'organizzazione di una fuga da parte di
alcuni sostenitori di Cagliostro, nonostante fossero state prese tutte le
misure necessarie per scongiurare qualunque tentativo di evasione, il
conte Semproni, responsabile in prima persona del prigioniero, decise il
suo trasferimento nella cella del Pozzetto, ritenuta ancor più sicura e
forte di quella detta del Tesoro.
Il 26 agosto 1795 il famoso avventuriero, oramai gravemente ammalato, si
spense a causa di un colpo apoplettico. La leggenda che aveva accompagnato
la sua fascinosa vita si impossessò anche della morte: dai poco
attendibili racconti sulla sua presunta scomparsa giunti fino ai giorni
nostri, è possibile intravedere il tentativo, peraltro riuscito, di
rendere immortale, se non il corpo, almeno le maliarde gesta di questo
attraente personaggio.