Nel nome di uno stesso Dio ebrei cristiani e musulmani pregano amano,
guardano al futuro, ma può accadere che si facciano anche la guerra.
Negli ultimi tempi si tende a rimarcare differenze piuttosto che
somiglianze: molti utilizzano luoghi comuni, scambiando tradizioni
locali per vera religione, senza
risparmiarci qualche “leggenda metropolitana”.
• A lezione di religione
Quasi mai però si fa riferimento alle dottrine originali di queste
religioni, che rivelano quanti siano i punti in comune fra le tre grandi
fedi monoteiste, che tutte insieme rappresentano il credo di più della
metà degli abitanti della Terra. E fanno capire che sono così
sostanziali da rendere assurda e in-coerente qualsiasi pretesa di
diffidare degli appartenenti ad altre religioni o, peggio ancora, nel
vedere in loro “infedeli” o nemici da combattere.
• Il grande patriarca
La figura biblica che unisce più di tutte è quella di Abramo, il padre
spirituale, e forse anche reale, di ebrei, cristiani e musulmani. Abramo
fu il grande pensatore che scopri l’evidenza diretta di un Dio unico. Fu
il fondatore del monoteismo. Dal suo seme, il testo biblico racconta,
nacquero Ismaele, dal quale sono discesi gli arabi o israeliti, e
Isacco, da cui vennero gli ebrei e i cristiani. “Nella Bibbia si
sancisce la fratellanza fra ebrei. cristiani e musulmani” spiega Jean
Louis Ska, teologo del Pontificio istituto biblico.
Le parentele bibliche sono, in effetti, strette: la moglie di Abramo.
Sara, non può avere figli e allora prega una schiava, Agar, di concepire
un bambino con Abramo al posto suo. Una sorta di ricorso alla pratica
moderna dell'utero in affitto, perfettamente accettabile a quell’epoca.
Nasce Ismaele e poi, per intervento divino, già molto avanti nell'età,
Sara riesce a partorire lei stessa un figlio, Isacco, “Incomprensioni
fra Sara e Agar, costringeranno Abramo a mandare via di casa, a
malincuore, la schiava con Ismaele. Andranno nel deserto, dove però
verranno sempre aiutati da un angelo mandato da Dio” sottolinea Ska.
• Ismaele e Isacco
E qui si scopre un secondo punto importante: nella Bibbia l'angelo
rassicura Agar dicendo che anche Ismaele fonderà un grande popolo di
Dio. “E vero” conferma Elia Ricetti, rabbino capo di Venezia “si tratta
di due patti. Distinti, ma di due patti”. Quindi la Bibbia afferma che
Dio fece un patto con Abramo e la sua discendenza attraverso Isacco (gli
ebrei e, in seguito, i cristiani), ma che fece qualcosa di simile anche
con Ismaele (i musulmani).
La Bibbia ovviamente è prodiga di particolari sul primo dei due patti,
dato che racconta le vicende degli ebrei. Ma a margine della cronaca
ebraica, ci sono altri dati a favore della sussistenza dell'altro patto
e di un rispetto reciproco. “Isacco nella vita adulta va a fare visita
al fratello Ismaele. E poi Ismaele partecipa anche ai funerali di Sara e
dello stesso Abramo. Quando Ismaele muore, vengono profuse nella Bibbia
le stesse parole che si usano nei confronti dei giusti” spiega il
rabbino.
L'importanza del patriarca è riconosciuta anche dal Corano, dove si
racconta il sacrificio compiuto da Abramo (senza specificare però il
nome del figlio che il padre, messo alla prova da Dio. stava per
immolare).
• Abramo e la Mecca
La festa più importante dell’Islam, la ‘id aI-adha, ricorda proprio il
sacrificio di Abramo, simbolo della sottomissione a Dio, ma anche della
misericordia divina. Abramo e Ismaele, secondo il Corano, avrebbero
insieme fondato la Kaaba della Mecca (la struttura che conserva la
Pietra Nera), a confermare lo strettissimo grado di parentela fra ebrei
(da cui si distaccarono i cristiani) e musulmani. “Che si riflette anche
dal punto di vista culturale”
spiega Ska. «Abramo, che a 75 anni, su chiamata del Signore, lascia la
casa del padre (un venditore di idoli)
per fondare il popolo di Dio, è l'uomo che rompe i ponti con il passato,
è il superamento del mito di Ulisse e del concetto greco dell'eterno
ritorno. Con Dio non si torna indietro, si bruciano le navi e si va
avanti, verso il cambiamento. Con Abramo la religione
diventa storia. Infatti se prima la religione era legata a una
dimensione mitica della creazione, in un tempo indefinito, al di fuori
di una dimensione storica, nella Bibbia Dio si muove nella storia e,
anzi, ne determina con gli uomini gli avvenimenti. Da modo per
affrontare eventi particolari. come il cambiamento delle stagioni, le
carestie o la morte, la religione diventa con Abramo pratica quotidiana.
portatrice di etica e di valori che tutti devono rispettare nella
società.
Il fatto di dettare uno stile di vita e di proiettarsi nella costruzione
della storia umana, oltre al gusto per la scienza, accomuna le tre
grandi religioni.
• Jesus Christ superstar
Un altro dato stranamente poco noto in Occidente è la popolarità di Gesù
nel mondo musulmano.
“Per i musulmani” chiarisce l'imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini,
direttore della Comunità religiosa islamica italiana “Gesù è un profeta
molto particolare, perché ha portato (di persona) la parola di Dio a un
livello analogo al Corano. Molti sapienti musulmani fanno un parallelo
fra l'eucarestia dei cristiani e la recitazione dei versi del Corano.
Nell'Islam si ritiene che Gesù sia il maestro del soffio divino della
vita. Inoltre, il Corano riconosce grande importanza a Maria di cui si
sottolinea lo stato di verginità”.
E’ il ruolo di Gesù (lbn Mariam, cioè figlio di Maria), nato si a
Betlemme, ma sotto una palma, e che per il Corano non è mai morto in
quanto Dio lo avrebbe elevato in cielo da vivo, è fondamentale per i
musulmani. Anche loro credono nel giorno del giudizio, ma non pensano
che a giudicarli verrà il loro amato profeta Muhammad (Maometto). Chi
allora? A tornare sulla Terra sarà proprio il padre della religione
cristiana: “Il compito, è scritto nel Corano, sarà di Gesù” spiega
Pallavicini, che non vede in ciò alcuna contraddizione. “L'Islam
riconosce i profeti biblici della tradizione ebraica, la figura di Gesù
e molti santi cristiani. Siamo
tutti discendenti di Abramo, ma ancor prima di Sem (altra figura
biblica), dal quale vengono i popoli semitici”. Una discendenza
confermata anche dalla scienza: la moderna genetica ha dimostrato che
ebrei e palestinesi sono geneticamente uguali, hanno gli stessi
antenati.
• Rivolte a tutti
La dimensione etica delle tre grandi religioni non deriva solo da un
concetto di parentela. più importante ancora è il loro carattere
universale, cioè aperto a tutti.
San Paolo, il grande promotore della religione cristiana e colui che
prese le distanze dal mondo ebraico. nella sua Lettera ai Romani e in
altri documenti fa riferimento ad Abramo con un numero di citazioni
inferiori solo a quelle dedicate a Gesù. E sottolinea che Abramo scoprì
Dio ben prima del patto della circoncisione (praticata poi anche dai
musulmani) e che pertanto non è necessario circoncidersi e far parte
della stirpe ebraica per seguire il Signore. “Ma va ricordato che la
vocazione universalistica c'è sempre stata fra gli ebrei” spiega il
rabbino di Venezia. Universalistica è anche la religione musulmana (“Che
non fa alcuna discriminazione di razza o di censo” ribadisce Pallavicini).
• Umili, schiavi, oppressi
Le tre grandi religioni non sono nate "aristocratiche" e hanno la
caratteristica di rivolgersi a tutti con una certa attenzione ai
problemi sociali. Quella ebraica è stata la religione di un popolo di
schiavi, quella cristiana inizia come speranza per gli oppressi, quella
musulmana ha pure fondato il suo successo fra gli umili.
“Non è
un caso che uno dei cinque pilastri dell'islam sia la decima,
l'elemosina del 10 per cento del proprio guadagno per i bisognosi”
spiega Pallavicini. In pratica è l'altra faccia della carità cristiana o
della solidarietà ebraica. “Le tre religioni hanno in comune la ricerca
del bene, la pratica quotidiana della preghiera e un forte interesse per
la collettività”.
E aggiunge Richetti: “Io trovo che in
comune abbiamo il senso di giustizia, il rispetto per i bisogni del
prossimo, della vita, l'idea che tutti sono figli di Dio, la sacralità
della famiglia, ancora punto di appoggio fondamentale per gli esseri
umani”. Ce n'è insomma a sufficienza per pensare che le tre religioni,
invece che per cementare l’odio reciproco, possano servire per
combatterlo.
La religione non è mai la causa
diretta dei massacri, ma un pretesto per farli.
“Non conosco un solo caso di vera guerra di religione. La storia
dimostra che la religione non è mai in primo piano fra le cause di una
guerra”. A fare questa affermazione netta è Franco Cardini. ordinario di
storia medioevale all’Università di Firenze, studioso abituato a
districarsi fra i nomi e le date che scandiscono anche episodi poco
edificanti, come assassini, massacri e saccheggi, riconducibili a
principi cristiani ed emiri musulmani. “A seconda delle epoche, la
guerra può avvalersi di contenuti più o meno sacri, che appaiono però
secondari rispetto a obiettivi sociali e politici” spiega Cardini.
“Questa è una verità che gli esperti conoscono, ma difficile da
divulgare perché poi si tende a semplificare, finendo così per ribadire
un concetto sbagliato”.
Questo
non significa però che la religione non sia una componente importante
nelle guerre: “Dato che morire per prosaici motivi economici di
conquista non è edificante, si offrono agli individui che devono
combattere motivi alti: la religione ovviamente ne contiene parecchi”.
Il problema, semmai è che questo è avvenuto spesso con il consenso dei
rappresentanti ufficiali delle diverse religioni.. Ci sono poi, secondo
Cardini, guerre definite come laiche che arrivano ad avere forti
connotati religiosi, come la guerra civile spagnola. E guerre cosiddette
religiose con contenuti "laici": per esempio, il saccheggio dei
lanzichenecchi di Roma nel 1507 o la battaglia di Lepanto, in realtà una
lotta per il possesso di Cipro. “Che le tre religioni di Abramo possano
ammettere la guerra santa è proprio da escludere” afferma Cardini. “Il
tentativo di spacciare una guerra come religiosamente pura è solo un
alibi. Lo stesso Sant'Agostino non parlava di guerra giusta. Voleva solo
affermare il principio legale della guerra, dove la responsabilità non
riguarda più il singolo cristiano, ma i governi. Per non parlare del
Jihad. che ha soprattutto a che fare con la lotta interiore, ma che
continua a essere tradotta come guerra agli infedeli”.
• L'Europa copiò l'Islam
Nelle guerre, la religione avrebbe insomma il ruolo di "marcatore
culturale", così come l'amore per la patria, l'attaccamento alla tribù o
a una fazione politica, componenti per cementare l'azione del gruppo
combattente. Ma come la mettiamo con le crociate? Per Cardini neanche le
crociate erano pure guerre di religione. Venivano infatti definiti
pellegrinaggi armati, l'obiettivo era liberare Gerusalemme e non
convertire i musulmani. Dello stesso parere è Ahmad 'Abd al Walivv
Vincenzo, storico della Università Federico Il di Napoli. “Le crociate
sono state un modo di aprirsi la strada a oriente in un periodo in cui
l'Europa era isolata e depressa economicamente. Nel bene e nel male
hanno messo in contatto due mondi, nemmeno troppo diversi, che finirono
per migliorarsi reciprocamente” dice Vincenzo. “Basta ricordare lo
sviluppo della medicina e della matematica, e che le università in
Occidente prima delle crociate non esistevano: nacquero sul modello
delle scuole musulmane”, Autore di “Islam, l'altra civiltà”, Vincenzo
nega il concetto stesso di guerre di religione. Partendo da una
considerazione: “Non ci sono mai state aree omogenee di culto”, cioè
definite in modo rigido entro confini geografici. La situazione era
molto più articolata. Pensiamo al pluralismo religioso nell'impero
romano, o a Baghdad, sede del califfato prima del 1256: oltre ai
musulmani, vi era il 30% di ebrei, zoroastriani e cristiani con proprie
amministrazioni religiose. Un modello ripreso poi a Istanbul”. Lo stesso
impero ottomano si fondava sul pluralismo religioso, per cui dai Balcani
fino all'Ungheria esisteva una prevalenza cristiana.
A
Cordova durante l'occupazione araba, la biblioteca conteneva 4 milioni
di volumi e venne conservata la cultura
greca: gli scambi fra ebrei, cristiani e musulmani erano incentivati,
così come in Sicilia con l'imperatore cristiano Federico Il. “I mondi
religiosi omogenei e contrapposti sono solo un’interpretazione dei
nostri tempi” afferma Vincenzo. “Una religione
si può difendere, ma non imporre con la forza”.
Le analisi per il passato sono ancora valide per le guerre di oggi? Il
libro inchiesta “Il Dio della guerra” (A. Guerini) conferma la tesi
della religione come alibi.
Gli autori, Emanuele Giordana e Paolo Affatato, hanno pesato il fattore
religioso in Cecenia, Indonesia, nei Balcani e in altre zone di
conflitti etnico-religiosi.
• Bosniaci? No, musulmani
E anche il ruolo giocato dai luoghi comuni. “Per esempio, la definizione
dell'esercito bosniaco come "musulmano" nasce dalle corrispondenze delle
agenzie e dei quotidiani occidentali. L'esercito all'inizio era
nazionale e pluralista: un inviato del quotidiano francese “Le Monde” ci
ha detto che nei suoi articoli scriveva "esercito bosniaco", ma in
redazione a Parigi cambiavano in “esercito musulmano", dato che vedere
una guerra con la lente della religione era un modo per semplificare.
Alcuni luoghi comuni, continuamente ripetuti dagli organi
d'informazione, hanno certamente contribuito ad amplificare gli aspetti
religiosi del conflitto”. Che restano però secondari nelle recenti
guerre balcaniche, “In realtà” ritengono gli autori “lobby nazionaliste
hanno strumentalizzato le diverse identità religiose”.
• Armi e interessi
Pure in Cecenia. è la guerra a usare la religione e non viceversa: i
fondamentalisti islamici sono emersi di recente, in concomitanza con le
aspirazioni di potere di alcuni capi locali. Ma il loro generale,
Khattab, ha raccolto molti consensi sulle macerie della politica
repressiva di Eltsin in Cecenia fino al 1996. “La leadership locale
pensava di controllare i fondamentalisti, così come lo credeva
l'esercito russo, che li strumentalizzava per legittimare le sue
violazioni dei diritti umani sulla popolazione”.
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