Prologo
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Ascolta, figlio mio, gli
insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli
volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in
pratica con impegno,
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in modo che tu possa
tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei
allontanato per l'ignavia della disobbedienza.
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Io mi rivolgo
personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare
alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi
dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.
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Prima di tutto chiedi a
Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di
buono ti proponi di compiere,
-
affinché, dopo averci
misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno
adirarsi per la nostra indegna condotta.
-
Bisogna dunque servirsi
delle grazie che ci concede per obbedirgli a ogni istante con tanta
fedeltà da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli
come un padre sdegnato,
-
ma anche che, come un
sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe, ci condanni alla pena
eterna quali servi infedeli che non lo hanno voluto seguire nella
gloria.
-
Alziamoci, dunque, una
buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: "E' ora
di scuotersi dal sonno!"
-
e aprendo gli occhi a
quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni
giorno la voce ammonitrice di Dio:
-
" Se oggi udrete la sua
voce, non indurite il vostro cuore!"
-
e ancora: " Chi ha
orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!".
-
E che dice? " Venite,
figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio.
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Correte, finché avete la
luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte".
-
Quando poi il Signore
cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo:
-
"Chi è l'uomo che vuole la
vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?".
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Se a queste parole tu
risponderai: "Io!", Dio replicherà:
-
"Se vuoi avere la vita,
quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra
dalla menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace
e seguila".
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Se agirete così rivolgerò
i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre
preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: "Ecco sono
qui!".
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Fratelli carissimi, che
può esserci di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci
chiama?
-
Guardate come nella sua
misericordiosa bontà ci indica la via della vita!
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Armati dunque di fede e di
opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie
in modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno.
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Se, però, vogliamo trovare
dimora sotto la sua tenda, ossia nel suo regno, ricordiamoci che è
impossibile arrivarci senza correre verso la meta, operando il bene.
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Ma interroghiamo il
Signore, dicendogli con le parole del profeta: "Signore, chi abiterà
nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?".
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E dopo questa domanda,
fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via che
porta a quella tenda:
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"Chi cammina senza macchia
e opera la giustizia;
-
chi pronuncia la verità in
cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua;
-
chi non ha recato danni al
prossimo, né ha accolto l'ingiuria lanciata contro di lui";
-
chi ha sgominato il
diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le sue suggestioni,
respingendolo dall'intimo del proprio cuore e ha impugnato
coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro
primo sorgere;
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gli uomini timorati di
Dio, che non si insuperbiscono per la propria buona condotta e, pensando
invece che quanto di bene c'è in essi non è opera loro, ma di Dio,
-
lo esaltano proclamando
col profeta: "Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria!".
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Come fece l'apostolo
Paolo, che non si attribuì alcun merito della sua predicazione, ma
disse:" Per grazia di Dio sono quel che sono"
-
e ancora: "chi vuole
gloriarsi, si glori nel Signore".
-
Perciò il Signore stesso
dichiara nel Vangelo: "Chi ascolta da me queste parole e le mette in
pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla
roccia.
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E vennero le inondazioni e
soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde,
perché era fondata sulla roccia".
-
Dopo aver concluso con
queste parole il Signore attende che, giorno per giorno, rispondiamo con
i fatti alle sue sante esortazioni.
-
Ed è proprio per
permetterci di correggere i nostri difetti che ci vengono dilazionati i
giorni di questa vita
-
secondo le parole
dell'Apostolo: "Non sai che con la sua pazienza Dio vuole portarti alla
conversione?"
-
Difatti il Signore
misericordioso afferma: "Non voglio la morte del peccatore, ma che si
converta e viva".
-
Dunque, fratelli miei,
avendo chiesto al Signore a chi toccherà la grazia di dimorare nella sua
tenda, abbiamo appreso quali sono le condizioni per rimanervi, purché
sappiamo comportarci nel modo dovuto.
-
Perciò dobbiamo disporre i
cuori e i corpi nostri a militare sotto la santa obbedienza.
-
Per tutto quello poi, di
cui la nostra natura si sente incapace, preghiamo il Signore di aiutarci
con la sua grazia.
-
E se vogliamo arrivare
alla vita eterna, sfuggendo alle pene dell'inferno,
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finche c'è tempo e siamo
in questo corpo e abbiamo la possibilità di compiere tutte queste buone
azioni,
-
dobbiamo correre e operare
adesso quanto ci sarà utile per l'eternità.
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Bisogna dunque istituire
una scuola del servizio del Signore
-
nella quale ci auguriamo
di non prescrivere nulla di duro o di gravoso;
-
ma se, per la correzione
dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una
certa austerità, suggerita da motivi di giustizia,
-
non ti far prendere dallo
scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in
principio è necessariamente stretta e ripida.
-
Mentre invece, man mano
che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei
precetti divini col cuore dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore.
-
Così, non allontanandoci
mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel
monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la
nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere
associati al suo regno.
Fine del Prologo
Capitolo I - Le varie
categorie di monaci
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E' noto che ci sono
quattro categorie di monaci.
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La prima è quella dei
cenobiti, che vivono in un monastero, militando sotto una regola e un
abate.
-
La seconda è quella degli
anacoreti o eremiti, ossia di coloro che non sono mossi
dall'entusiastico fervore dei principianti, ma sono stati lungamente
provati nel monastero,
-
dove con l'aiuto di molti
hanno imparato a respingere le insidie del demonio;
-
quindi, essendosi bene
addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento
dell'eremo, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di affrontare senza
il sostegno altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le
passioni.
-
La terza categoria di
monaci, veramente detestabile è formata dai sarabaiti: molli come
piombo, perché non sono stati temprati come l'oro nel crogiolo
dell'esperienza di una regola,
-
costoro conservano ancora
le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura.
-
A due a due, a tre a tre o
anche da soli, senza la guida di un superiore, chiusi nei loro ovili e
non in quello del Signore, hanno come unica legge l'appagamento delle
proprie passioni,
-
per cui chiamano santo
tutto quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito
quello che non gradiscono.
-
C'è infine una quarta
categoria di monaci, che sono detti girovaghi, perché per tutta la vita
passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti
nei vari monasteri,
-
sempre vagabondi e
instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola,
peggiori dei sarabaiti sotto ogni aspetto.
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Ma riguardo alla vita
sciagurata di tutti costoro è preferibile tacere piuttosto che parlare.
-
Lasciamoli quindi da parte
e con l'aiuto del Signore occupiamoci dell'ordinamento della prima
categoria, ossia quella fortissima e valorosa dei cenobiti.
Capitolo II
- L'Abate
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Un abate degno di stare a
capo di un monastero deve sempre avere presenti le esigenze implicite
nel suo nome, mantenendo le proprie azioni al livello di superiorità che
esso comporta.
-
Sappiamo infatti per fede
che in monastero egli tiene il posto di Cristo, poiché viene chiamato
con il suo stesso nome,
-
secondo quanto dice
l'Apostolo: "Avete ricevuto lo Spirito di figli adottivi, che vi fa
esclamare: Abba, Padre!"
-
Perciò l'abate non deve
insegnare, né stabilire o ordinare nulla di contrario alle leggi del
Signore,
-
anzi il suo comando e il
suo insegnamento devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento
della santità.
-
Si ricordi sempre che nel
tremendo giudizio di Dio dovrà rendere conto tanto del suo insegnamento,
quanto dell'obbedienza dei discepoli
-
e sappia che il pastore
sarà considerato responsabile di tutte le manchevolezze che il padre di
famiglia avrà potuto riscontrare nel gregge.
-
D'altra parte è anche vero
che, se il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge
irrequieto e indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la
cattiva condotta,
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verrà assolto nel divino
giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: "Non ho tenuto la
tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua verità
e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi
contro di me".
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E allora la giusta
punizione delle pecore ribelli sarà la morte, che avrà finalmente
ragione della loro ostinazione.
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Dunque, quando uno assume
il titolo di Abate deve imporsi ai propri discepoli con un duplice
insegnamento,
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mostrando con i fatti più
che con le parole tutto quello che è buono e santo: in altri termini,
insegni oralmente i comandamenti del Signore ai discepoli più sensibili
e recettivi, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni ai più tardi
e grossolani.
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Confermi con la sua
condotta che bisogna effettivamente evitare quanto ha presentato ai
discepoli come riprovevole, per non correre il rischio di essere
condannato dopo aver predicato agli altri
-
e di non sentirsi dire dal
Signore per i suoi peccati: "Come ti arroghi di esporre i miei precetti
e di avere sempre la mia alleanza sulla bocca, tu che hai in odio la
disciplina e ti getti le mie parole dietro le spalle?"
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e ancora: "Tu che vedevi
la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, non ti sei accorto della
trave nel tuo".
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Si guardi dal fare
preferenze nelle comunità:
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non ami l'uno piò
dell'altro, a eccezione di quello che avrà trovato migliore nella
condotta e nell'obbedienza:
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non anteponga un monaco
proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini, a meno che non ci
sia un motivo ragionevole per stabilire una tale precedenza.
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Ma se, per ragioni di
giustizia, riterrà di dover agire così lo faccia per chiunque;
altrimenti ciascuno conservi il proprio posto,
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perché, sia il servo che
il libero, tutti siamo una cosa sola in Cristo e, militando sotto uno
stesso Signore, prestiamo un eguale servizio. Infatti, "dinanzi a Dio
non ci sono parzialità"
-
e una cosa sola ci
distingue presso di lui: se siamo umili e migliori degli altri nelle
opere buone.
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Quindi l'abate ami tutti
allo stesso modo, seguendo per ciascuno una medesima regola di condotta
basata sui rispettivi meriti.
-
Per quanto riguarda poi la
direzione dei monaci, bisogna che tenga presente la norma dell'apostolo:
"Correggi, esorta, rimprovera"
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e precisamente, alternando
i rimproveri agli incoraggiamenti, a seconda dei tempi e delle
circostanze, sappia dimostrare la severità del maestro insieme con la
tenerezza del padre.
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In altre parole, mentre
deve correggere energicamente gli indisciplinati e gli irrequieti, deve
esortare amorevolmente quelli che obbediscono con docilità a progredire
sempre più. Ma è assolutamente necessario che rimproveri severamente e
punisca i negligenti e coloro che disprezzano la disciplina.
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Non deve chiudere gli
occhi sulle eventuali mancanze, ma deve stroncarle sul nascere,
ricordandosi della triste fine di Eli, sacerdote di Silo.
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Riprenda, ammonendoli una
prima e una seconda volta, i monaci più docili e assennati,
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ma castighi duramente i
riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti, appena tentano di
trasgredire, ben sapendo che sta scritto: "Lo stolto non si corregge con
le parole"
-
e anche: "Battendo tuo
figlio con la verga, salverai l'anima sua dalla morte".
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L'abate deve sempre
ricordarsi quel che è e come viene chiamato, nella consapevolezza che
sono maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di
più.
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Bisogna che prenda
chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito che
si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei vari
temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un
terzo:
-
perciò si conformi e si
adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e intelligenza, in modo
che, invece di aver a lamentare perdite nel gregge affidato alle sue
cure, possa rallegrarsi per l'incremento del numero dei buoni.
-
Soprattutto si guardi dal
perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime, di cui è
responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà terrene,
transitorie e caduche,
-
ma pensi sempre che si è
assunto l'impegno di dirigere delle anime, di cui un giorno dovrà
rendere conto
-
e non cerchi una scusante
nelle eventuali difficoltà economiche, ricordandosi che sta scritto
:"Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste
cose vi saranno date in soprappiù"
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e anche: "Nulla manca a
coloro che lo temono".
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Sappia inoltre che chi si
assume l'impegno di dirigere le anime deve prepararsi a renderne conto
-
e stia certo che, quanti
sono i monaci di cui deve prendersi cura, tante solo le anime di cui nel
giorno del giudizio sarà ritenuto responsabile di fronte a Dio,
naturalmente oltre che della propria.
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Così nel continuo timore
dell'esame a cui verrà sottoposto il pastore riguardo alle pecore che
gli sono state affidate mentre si preoccupa del rendiconto altrui, si fa
più attento al proprio
-
e corregge i suoi
personali difetti, aiutando gli altri a migliorarsi con le sue
ammonizioni.
Capitolo III - La
consultazione della comunità
-
Ogni volta che in
monastero bisogna trattare qualche questione importante, l'abate
convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l'affare in oggetto.
-
Poi, dopo aver ascoltato
il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che
gli sembra più opportuno.
-
Ma abbiamo detto di
consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che
il Signore rivela la soluzione migliore.
-
I monaci poi esprimano il
loro parere con tutta umiltà e sottomissione, senza pretendere di
imporre a ogni costo le loro vedute;
-
comunque la decisione
spetta all'abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più
conveniente, tutti dovranno obbedirgli.
-
D'altra parte, come è
doveroso che i discepoli obbediscano al maestro, così è bene che anche
lui predisponga tutto con prudenza ed equità.
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Dunque in ogni cosa tutti
seguano come maestra la Regola e nessuno osi allontanarsene.
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Nessun membro della
comunità segua la volontà propria,
-
né si azzardi a contestare
sfacciatamente con l'abate, dentro o fuori del monastero.
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Chi si permette un simile
contegno, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola.
-
L'abate però dal canto suo
operi tutto col timor di Dio e secondo le prescrizioni della Regola, ben
sapendo che di tutte le sue decisioni dovrà certamente rendere conto a
Dio, giustissimo giudice.
-
Se poi in monastero si
devono trattare questioni di minore importanza, si serva solo del
consiglio dei più anziani,
-
come sta scritto: "Fa'
tutto col consiglio e dopo non avrai a pentirtene".
Capitolo IV - Gli strumenti
delle buone opere
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Prima di tutto amare il
Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze;
-
poi il prossimo come se
stesso.
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Quindi non uccidere,
-
non commettere adulterio,
-
non rubare,
-
non avere desideri
illeciti,
-
non mentire;
-
onorare tutti gli uomini,
-
e non fare agli altri ciò
che non vorremmo fosse fatto a noi.
-
Rinnegare completamente se
stesso. per seguire Cristo;
-
mortificare il proprio
corpo,
-
non cercare le comodità,
-
amare il digiuno.
-
Soccorrere i poveri,
-
vestire gli ignudi,
-
visitare gli infermi,
-
seppellire i morti ;
-
alleviare tutte le
sofferenze,
-
consolare quelli che sono
nell'afflizione.
-
Rendersi estraneo alla
mentalità del mondo;
-
non anteporre nulla
all'amore di Cristo.
-
Non dare sfogo all'ira,
-
non serbare rancore,
-
non covare inganni nel
cuore,
-
non dare un falso saluto
di pace,
-
non abbandonare la carità.
-
Non giurare per evitare
spergiuri,
-
dire la verità con il
cuore e con la bocca,
-
non rendere male per male,
-
non fare torti a nessuno,
ma sopportare pazientemente quelli che vengono fatti a noi;
-
amare i nemici,
-
non ricambiare le ingiurie
e le calunnie, ma piuttosto rispondere con la benevolenza verso i nostri
offensori,
-
sopportare persecuzioni
per la giustizia.
-
Non essere superbo,
-
non dedito al vino,
-
né vorace,
-
non dormiglione,
-
né pigro;
-
non mormoratore,
-
né maldicente.
-
Riporre in Dio la propria
speranza,
-
attribuire a Lui e non a
sé quanto di buono scopriamo in noi,
-
ma essere consapevoli che
il male viene da noi e accettarne la responsabilità.
-
Temere il giorno del
giudizio,
-
tremare al pensiero
dell'inferno,
-
anelare con tutta l'anima
alla vita eterna,
-
prospettarsi sempre la
possibilità della morte.
-
Vigilare continuamente
sulle proprie azioni,
-
essere convinti che Dio ci
guarda dovunque.
-
Spezzare subito in Cristo
tutti i cattivi pensieri che ci sorgono in cuore e manifestarli al padre
spirituale.
-
Guardarsi dai discorsi
cattivi o sconvenienti,
-
non amare di parlar molto,
-
non dire parole leggere o
ridicole,
-
non ridere spesso e
smodatamente.
-
Ascoltare volentieri la
lettura della parola di Dio,
-
dedicarsi con frequenza
alla preghiera;
-
in questa confessare ogni
giorno a Dio con profondo dolore le colpe passate
-
e cercare di emendarsene
per l'avvenire.
-
Non appagare i desideri
della natura corrotta,
-
odiare la volontà propria,
-
obbedire in tutto agli
ordini dell'abate, anche se - Dio non voglia! - questi agisse
diversamente da come parla, ricordando quel precetto del Signore:" Fate
quello che dicono, ma non fate quello che fanno".
-
Non voler esser detto
santo prima di esserlo, ma diventare veramente tale, in modo che poi si
possa dirlo con più fondamento.
-
Adempiere quotidianamente
i comandamenti di Dio.
-
Amare la castità,
-
non odiare nessuno,
-
non essere geloso,
-
non coltivare l'invidia,
-
non amare le contese,
-
fuggire l'alterigia
-
e rispettare gli anziani,
-
amare i giovani,
-
pregare per i nemici
nell'amore di Cristo,
-
nell'eventualità di un
contrasto con un fratello, stabilire la pace prima del tramonto del
sole.
-
E non disperare mai della
misericordia di Dio.
-
Ecco, questi sono gli
strumenti dell'arte spirituale!
-
Se li adopereremo
incessantemente di giorno e di notte e li riconsegneremo nel giorno del
giudizio, otterremo dal Signore la ricompensa promessa da lui stesso:
-
"Né occhio ha mai visto,
né orecchio ha udito, né mente d'uomo ha potuto concepire ciò che Dio ha
preparato a coloro che lo amano".
-
L'officina poi in cui
bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti è formata dai
chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia
monastica.
Capitolo V - L'obbedienza
-
Il segno più evidente
dell'umiltà è la prontezza nell'obbedienza.
-
Questa è caratteristica
dei monaci che non hanno niente più caro di Cristo
-
e, a motivo del servizio
santo a cui si sono consacrati o anche per il timore dell'inferno e in
vista della gloria eterna,
-
appena ricevono un ordine
dal superiore non si concedono dilazioni nella sua esecuzione, come se
esso venisse direttamente da Dio.
-
E' di loro che il Signore
dice: " Appena hai udito, mi hai obbedito"
-
mentre rivolgendosi ai
superiori dichiara: "Chi ascolta voi, ascolta me".
-
Quindi, questi monaci, che
si distaccano subito dalle loro preferenze e rinunciano alla propria
volontà,
-
si liberano all'istante
dalle loro occupazioni, lasciandole a mezzo, e si precipitano a
obbedire, in modo che alla parola del superiore seguano immediatamente i
fatti.
-
Quasi allo stesso istante,
il comando del maestro e la perfetta esecuzione del discepolo si
compiono di comune accordo con quella velocità che è frutto del timor di
Dio:
-
così in coloro che sono
sospinti dal desiderio di raggiungere la vita eterna.
-
Essi si slanciano dunque
per la via stretta della quale il Signore dice: "Angusta è la via che
conduce alla vita";
-
perciò non vivono secondo
il proprio capriccio né seguono le loro passioni e i loro gusti, ma
procedono secondo il giudizio e il comando altrui; rimangono nel
monastero e desiderano essere sottoposti a un abate.
-
Senza dubbio costoro
prendono a esempio quella sentenza del Signore che dice: "Non sono
venuto a fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato".
-
Ma questa obbedienza sarà
accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà
eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con
mormorazioni o proteste,
-
perché l'obbedienza che si
presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: "Chi ascolta
voi, ascolta me".
-
I monaci dunque devono
obbedire con slancio e generosità, perché "Dio ama chi dà lietamente".
-
Se infatti un fratello
obbedisce malvolentieri e mormora, non dico con la bocca, ma anche solo
con il cuore,
-
pur eseguendo il comando,
non compie un atto gradito a Dio, il quale scorge 1a mormorazione
nell'intimo della sua coscienza;
-
quindi, con questo
comportamento, egli non si acquista alcun merito, anzi, se non ripara e
si corregge, incorre nel castigo comminato ai mormoratori.
Capitolo VI - L'amore del
silenzio
-
Facciamo come dice il
profeta: "Ho detto: Custodirò le mie vie per non peccare con la lingua;
ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho
taciuto anche su cose buone".
-
Se con queste parole egli
dimostra che per amore del silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi
buoni, quanto più è necessario troncare quelli sconvenienti in vista
della pena riserbata al peccato!
-
Dunque l'importanza del
silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere
raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed
edificanti, perché sta scritto:
-
"Nelle molte parole non
eviterai il peccato"
-
e altrove: "Morte e vita
sono in potere della lingua".
-
Se infatti parlare e
insegnare é compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e
ascoltare.
-
Quindi, se bisogna
chiedere qualcosa al superiore, lo si faccia con grande umiltà e
rispettosa sottomissione.
-
Escludiamo poi sempre e
dovunque la trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo
assolutamente che il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere.
Capitolo VII - L'umiltà
-
La sacra Scrittura si
rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran voce: "Chiunque si esalta
sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".
-
Così dicendo, ci fa
intendere che ogni esaltazione è una forma di superbia,
-
dalla quale il profeta
mostra di volersi guardare quando dice: "Signore, non si è esaltato il
mio cuore, né si è innalzato il mio sguardo, non sono andato dietro a
cose troppo grandi o troppo alte per me".
-
E allora? "Se non ho
nutrito sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, tu mi
tratterai come un bimbo svezzato dalla propria madre".
-
Quindi, fratelli miei, se
vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell'umiltà e arrivare
rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende attraverso
l'umiliazione della vita presente,
-
bisogna che con il nostro
esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e
lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli.
-
Non c'è dubbio che per noi
quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel
senso che con la superbia si scende e con l'umiltà si sale.
-
La scala così eretta, poi,
è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al
cielo;
-
noi riteniamo infatti che
i due lati della scala siano il corpo e l'anima nostra, nei quali la
divina chiamata ha inserito i diversi gradi di umiltà o di esercizio
ascetico per cui bisogna salire.
-
Dunque il primo grado
dell'umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si
fugge decisamente la leggerezza e la dissipazione,
-
si tengono costantemente
presenti i divini comandamenti e si pensa di continuo all'inferno, in
cui gli empi sono puniti per i loro peccati, e alla vita eterna
preparata invece per i giusti.
-
In altre parole, mentre si
astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei pensieri, della lingua,
delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri
della carne,
-
l'uomo deve prendere
coscienza che Dio lo osserva a ogni istante dal cielo e che, dovunque
egli si trovi, le sue azioni non sfuggono mai allo sguardo divino e sono
di continuo riferite dagli angeli.
-
E' ciò che ci insegna il
profeta, quando mostra Dio talmente presente ai nostri pensieri da
affermare: "Dio scruta le reni e i cuori"
-
come pure: "Dio conosce i
pensieri degli uomini".
-
Poi aggiunge: "Hai intuito
di lontano i miei pensieri"
-
e infine: "Il pensiero
dell'uomo sarà svelato dinanzi a te".
-
Quindi, per potersi
coscienziosamente guardare dai cattivi pensieri, bisogna che il monaco
vigile e fedele ripeta sempre tra sé: "Sarò senza macchia dinanzi a lui,
solo se mi guarderò da ogni malizia".
-
Ci è poi vietato di fare
la volontà propria, dato che la Scrittura ci dice: "Allontanati dalle
tue voglie"
-
e per di più nel Pater
chiediamo a Dio che in noi si compia la sua volontà.
-
Perciò ci viene
giustamente insegnato di non fare la nostra volontà, evitando tutto
quello di cui la Scrittura dice: "Ci sono vie che agli uomini sembrano
diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno"
-
e anche nel timore di
quanto è stato affermato riguardo ai negligenti: "Si sono corrotti e
sono divenuti spregevoli nella loro dissolutezza".
-
Quanto poi alle passioni
della nostra natura decaduta, bisogna credere ugualmente che Dio è
sempre presente, secondo il detto del profeta: "Ogni mio desiderio sta
davanti a te".
-
Dobbiamo quindi guardarci
dalle passioni malsane, perché la morte è annidata sulla soglia del
piacere.
-
Per questa ragione la
Scrittura prescrive: "Non seguire le tue voglie".
-
Se dunque "gli occhi di
Dio scrutano i buoni e i cattivi"
-
e se "il Signore esamina
attentamente i figli degli uomini per vedere se vi sia chi abbia
intelletto e cerchi Dio",
-
se a ogni momento del
giorno e della notte le nostre azioni vengono riferite al Signore dai
nostri angeli custodi,
-
bisogna, fratelli miei,
che stiamo sempre in guardia per evitare che un giorno Dio ci veda
perduti dietro il male e isteriliti, come dice il profeta nel salmo e,
-
pur risparmiandoci per il
momento, perché è misericordioso e aspetta la nostra conversione, debba
dirci in avvenire: "Hai fatto questo e ho taciuto".
-
Il secondo grado
dell'umiltà è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova
alcun piacere nella soddisfazione dei propri desideri,
-
ma si imita il Signore,
mettendo in pratica quella sua parola, che dice: "Non sono venuto a fare
la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato".
-
Cosa" pure un antico testo
afferma: "La volontà propria procura la pena, mentre la sottomissione
conquista il premio".
-
Terzo grado dell'umiltà è
quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al superiore in
assoluta obbedienza, a imitazione del Signore, del quale l'Apostolo
dice: "Fatto obbediente fino alla morte".
-
Il quarto grado
dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà,
contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio
dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza
-
e sopporta tutto con
pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: "
Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato".
-
E ancora: "Sia forte il
tuo cuore e spera nel Signore".
-
E per dimostrare come il
servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili
contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: "Ogni giorno per
te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello".
-
Ma con la sicurezza che
nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono
lietamente: "E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui
che ci ha amato",
-
mentre altrove la
Scrittura dice: "Ci hai provato, Signore, ci hai saggiato come si saggia
l'argento col fuoco; ci hai fatto cadere nella rete, ci hai caricato di
tribolazioni".
-
E per indicare che
dobbiamo assoggettarci a un superiore, prosegue esclamando: "Hai posto
degli uomini sopra il nostro capo".
-
Quei monaci, però,
adempiono il precetto del Signore, esercitando la pazienza anche nelle
avversità e nelle umiliazioni, e, percossi su una guancia, presentano
l'altra, cedono anche il mantello a chi strappa loro di dosso la tunica,
quando sono costretti a fare un miglio di cammino ne percorrono due,
-
come l'Apostolo Paolo
sopportano i falsi fratelli e ricambiano con parole le offese e le
ingiurie.
-
Il quinto grado
dell'umiltà consiste nel manifestare con un'umile confessione al proprio
abate tutti i cattivi pensieri che sorgono nell'animo o le colpe
commesse in segreto,
-
secondo l'esortazione
della Scrittura, che dice: "Manifesta al Signore la tua via e spera in
lui".
-
E anche: "Aprite l'animo
vostro al Signore, perché è buono ed eterna è la sua misericordia",
-
mentre il profeta esclama:
"Ti ho reso noto il mio peccato e non ho nascosto la mia colpa.
-
Ho detto: "confesserò le
mie iniquità dinanzi al Signore" e tu hai perdonato la malizia del mio
cuore".
-
Il sesto grado dell'umiltà
è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane
e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto
quello che gli impone l'obbedienza,
-
ripetendo a se stesso con
il profeta: "Sono ridotto a nulla e nulla so; eccomi dinanzi a te come
una bestia da soma, ma sono sempre con te".
-
Il settimo grado
dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di
tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore,
-
umiliandosi e dicendo con
il profeta: "Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli
uomini e il rifiuto della plebe";
-
"Mi sono esaltato e quindi
umiliato e confuso"
-
e ancora: "Buon per me che
fui umiliato, perché imparassi la tua legge".
-
L'ottavo grado dell'umiltà
è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo
sprona la regola comune del monastero e l'esempio dei superiori e degli
anziani.
-
Il nono grado dell'umiltà
è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando fedelmente
il silenzio, tace finché non è interrogato,
-
perché la Scrittura
insegna che "nelle molte parole non manca il peccato"
-
e che "l'uomo dalle molte
chiacchiere va senza direzione sulla terra".
-
Il decimo grado
dell'umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere,
perché sta scritto: "Lo stolto nel ridere alza la voce".
-
L'undicesimo grado
dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime
pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole
assennate, senza alzare la voce,
-
come sta scritto: "Il
saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare".
-
Il dodicesimo grado,
infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma
traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento
esteriore,
-
in quanto durante
l'Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell'orto, per via, nei campi,
dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tiene costantemente il
capo chino e gli occhi bassi;
-
e, considerandosi sempre
reo per i propri peccati, si vede già dinanzi al tremendo giudizio di
Dio,
-
ripetendo continuamente in
cuor suo ciò che disse, con gli occhi fissi a terra il pubblicano del
Vangelo: "Signore, io, povero peccatore, non sono degno di alzare gli
occhi al cielo".
-
E ancora con il profeta:
"Mi sono sempre curvato e umiliato".
-
Una volta ascesi tutti
questi gradi dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che
quando è perfetta, scaccia il timore;
-
per mezzo di essa
comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente,
grazie all'abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa
paura;
-
in altre parole non più
per timore dell'inferno, ma per timore di Cristo, per la stessa buona
abitudine e per il gusto della virtù.
-
Sono questi i frutti che,
per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere
manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati.
Capitolo VIII - L'Ufficio
divino nella notte
-
Durante la stagione
invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un
calcolo ragionevole, la sveglia sia verso le due del mattino,
-
in modo che il sonno si
prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare
sufficientemente riposati.
-
Il tempo che rimane dopo
l'Ufficio vigilare venga impiegato dai monaci, che ne hanno bisogno,
nello studio del salterio o delle lezioni.
Da Pasqua, invece, sino al
suddetto inizio di novembre, l'orario venga disposto in modo tale che,
dopo un brevissimo intervallo nel quale i fratelli possono uscire per le
necessità della natura, l'Ufficio vigiliare sia seguito immediatamente
dalle Lodi, che devono essere recitate al primo albeggiare.
Capitolo IX - I salmi
dell'Ufficio notturno
-
Nel suddetto periodo
invernale si dica prima di tutto per tre volte il versetto: "Signore,
apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode",
-
a cui si aggiunga il salmo
3 con il Gloria;
-
dopo di questo il salmo 94
cantato con l'antifona oppure lentamente.
-
Quindi segua l'inno e poi
sei salmi con le antifone,
-
finiti i quali e detto il
versetto, l'abate dia la benedizione e, mentre tutti stanno seduti ai
rispettivi posti, i fratelli leggano a turno dal lezionario posto sul
leggio tre lezioni, intercalate da responsori cantati.
-
Due responsori si cantino
senza il Gloria, ma dopo la terza lezione il cantore lo intoni
-
e allora tutti subito si
alzino in piedi per l'onore e la riverenza dovuti alla Santa Trinità.
-
Quanto ai libri da leggere
nell'Ufficio vigilare, siano tutti di autorità divina, sia dell'antico
che del nuovo Testamento, compresi i relativi commenti, scritti da padri
di sicura fama e genuina fede cattolica.
-
Dopo queste tre lezioni
con i rispettivi responsori, seguano gli altri sei salmi da cantare con
l'Alleluia
-
e dopo questi una lezione
tratta dalle lettere di S. Paolo, da recitarsi a memoria, il versetto,
la prece litanica, cioè il Kyrie eleison,
-
e così si metta fine
all'Ufficio vigilare.
Capitolo X - L'Ufficio
notturno dell'estate
-
Da Pasqua fino al
principio di novembre si mantenga lo stesso numero di salmi, che è stato
prescritto sopra;
-
eccetto che, a causa della
brevità delle notti, non si leggano le lezioni dal lezionario, ma,
invece di tre, se ne reciti a memoria una sola dell'antico Testamento
seguita da un responsorio breve;
-
tutto il resto si svolga,
come è già stato prescritto, cioè nell'Ufficio vigiliare non si dicano
mai meno di dodici salmi, senza contare i salmi 3 e 94.
Capitolo XI -
L'Ufficio notturno nelle Domeniche
-
Per l'Ufficio vigilare
della domenica ci si alzi un po' prima.
-
Anche in questo caso si
osservi un determinato ordine, cioè, dopo aver cantato sei salmi come
abbiamo stabilito sopra ed essersi seduti tutti ordinatamente ai propri
posti, si leggano sul lezionario quattro lezioni con i relativi
responsori, secondo quanto abbiamo già detto;
-
solo al quarto responsorio
il cantore intoni il Gloria e allora tutti si alzino subito in piedi con
riverenza.
-
A queste lezioni seguano
per ordine altri sei salmi con le antifone come i precedenti e il
versetto.
-
Quindi si leggano di nuovo
altre quattro lezioni con i propri responsori, secondo le norme
precedenti.
-
Poi si recitino tre
cantici, tratti dai libri dei Profeti a scelta dell'abate, che si devono
cantare con l'Alleluia.
-
Detto quindi il versetto,
con la benedizione dell'abate si leggano altre quattro lezioni del nuovo
Testamento nel modo gi indicato.
-
Dopo il quarto responsorio
l'abate intoni l'inno Te Deum laudamus,
-
finito il quale lo stesso
abate legga la lezione dai Vangeli, mentre tutti stanno in piedi con la
massima reverenza.
-
Al termine di questa
lettura tutti rispondano Amen, poi l'abate prosegua immediatamente con
l'inno Te decet laus e, recitata la preghiera di benedizione, si
incomincino le lodi.
-
Quest'ordine dell'Ufficio
vigiliare della domenica dev'essere mantenuto in ogni stagione, tanto
d'estate che d'inverno,
-
salvo il caso deprecabile
in cui i monaci si alzassero più tardi, nella quale circostanza
bisognerà abbreviare le lezioni e i responsori.
-
Si stia però bene attenti
che ciò non avvenga; ma se dovesse accadere, il responsabile di una
simile negligenza ne faccia in coro degna riparazione a Dio.
Capitolo XII - Le lodi
-
Alle Lodi della domenica,
prima di tutto si dica il salmo 66 tutto di seguito, senza antifona,
-
quindi il salmo 50 con
l'Alleluia,
-
poi il 117 e il 62
-
quindi il cantico dei tre
fanciulli nella fornace (il Benedicite), i salmi di lode, una lezione
dell'Apocalisse a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto, il
cantico del Vangelo (il Benedictus) e la prece litanica con cui si
finisce.
Capitolo XIII - Le
lodi nei giorni feriali
-
Nei giorni feriali le Lodi
si celebrino nel modo seguente:
-
si dica il salmo 66 senza
antifona, recitandolo lentamente in modo che tutti possano essere
presenti per il salmo 50, che deve dirsi con l'antifona.
-
Dopo di questi, si dicano
altri due salmi secondo la consuetudine e cioè
-
al lunedì i salmi 5 e 35,
-
al martedì il 42 e il 56,
-
al mercoledì il 63 e il
64,
-
al giovedì l'87 e l'89,
-
al venerdì il 75 e il 91
-
e al sabato il 142 con il
cantico del Deuteronomio, diviso in due parti dal Gloria.
-
In tutti gli altri giorni
poi si dica il cantico profetico proprio di quel giorno, secondo l'uso
della Chiesa romana.
-
Quindi seguano i salmi di
lode, una breve lezione dell'Apostolo a memoria, il responsorio, l'inno,
il versetto, il cantico del Vangelo, la prece litanica e così si
termina.
-
Ma l'Ufficio delle Lodi e
del Vespro non si chiuda mai senza che, secondo l'uso stabilito, alla
fine, tra l'attenzione di tutti, il superiore reciti il Pater per le
offese alla carità fraterna che avvengono di solito nella vita comune,
-
in modo che i presenti
possano purificarsi da queste colpe, grazie all'impegno preso con la
stessa preghiera nella quale dicono: "Rimetti a noi, come anche noi
rimettiamo".
-
Nelle altre Ore, invece,
si dica ad alta voce solo l'ultima parte del Pater, a cui tutti
rispondano: "Ma liberaci dal male".
Capitolo XIV -
L'Ufficio vigilare nelle feste dei Santi
-
Nelle feste dei Santi e in
tutte le solennità si proceda come abbiamo stabilito per la domenica,
-
ad eccezione dei salmi,
delle antifone e delle lezioni, che saranno proprie di quel giorno; si
segua però l'ordine già fissato.
Capitolo XV - Quando si deve
dire l'alleluia
-
L'Alleluia si dica sempre
dalla santa Pasqua fino a Pentecoste, tanto nei salmi che nei responsori;
-
da Pentecoste poi sino al
principio della Quaresima lo si dica soltanto negli ultimi sei salmi
dell'Ufficio notturno.
-
Ma in tutte le domeniche
che cadano fuori del tempo quaresimale i cantici, le Lodi, Prima, Terza,
Sesta e Nona si dicano con l'Alleluia, mentre il Vespro avrà le antifone
proprie.
-
I responsori, invece, non
si dicano mai con l'Alleluia, se non da Pasqua a Pentecoste.
Capitolo XVI - La
celebrazione dei divini Offici durante le ore del giorno
-
"Sette volte al giorno ti
ho lodato", dice il profeta.
-
Questo sacro numero di
sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio
alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta,
-
perché proprio di queste
ore diurne il profeta ha detto: "Sette volte al giorno ti ho lodato".
-
Infatti nelle Vigilie
notturne lo stesso profeta dice: "Nel mezzo della notte mi alzavo per
lodarti".
-
Dunque in queste ore
innalziamo lodi al nostro Creatore "per le opere della sua giustizia" e
cioè alle lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta
e di notte alziamoci per celebrare la sua grandezza.
Capitolo XVII - Salmi
delle ore del giorno
-
Abbiamo già stabilito
l'ordine della salmodia per l'Ufficio notturno e per le Lodi; adesso
provvediamo per le altre Ore.
-
All'ora di Prima si dicano
tre salmi separatamente, ciascuno con il proprio Gloria
-
e l'inno della stessa Ora
segua il versetto Deus in adiutorium prima di iniziare i salmi.
-
Finiti i tre salmi, si
reciti una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci
finali.
-
A Terza, a sesta e a Nona
si celebri l'Ufficio secondo lo stesso ordine e cioè il versetto
iniziale, gli inni delle rispettive Ore, tre salmi, la lezione, il
versetto, il Kyrie eleison e le preci finali.
-
Se la comunità fosse
numerosa, si salmeggi con le antifone, altrimenti si recitino i salmi
tutti di seguito.
-
L'Ufficio del Vespro
comprenda quattro salmi con le antifone,
-
dopo i quali si reciti la
lezione, quindi il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del
Vangelo, il Kyrie e il Pater, a cui segue il congedo.
-
Compieta, infine, consista
in tre salmi di seguito, senza antifona,
-
ai quali segua l'inno
della medesima ora, una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e la
benedizione con cui si conclude.
Capitolo
XVIII - L'ordine dei salmi nelle ore del giorno
-
Prima di tutto si dica il
versetto: "O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad
aiutarmi", il Gloria e poi l'inno di ciascuna Ora.
-
A Prima della domenica si
dicano quattro strofe del salmo 118;
-
alle altre Ore, cioè a
Terza, Sesta e Nona, si dicano tre strofe per volta dello stesso salmo.
-
A Prima del lunedì si
recitino tre salmi e cioè il salmo 1, il 2 e il 6;
-
e così nei giorni
successivi fino alla domenica si dicano di seguito tre salmi fino al 19,
in modo però che il 9 e il 17 si dividano in due.
-
Così le vigilie domenicali
cominceranno sempre con il salmo 20.
-
A Terza, Sesta e Nona del
lunedì si dicano le ultime nove strofe del salmo 118, tre per ciascuna
Ora.
-
Esaurito questo salmo in
due giorni, cioè alla domenica e al lunedì,
-
a Terza, Sesta e Nona del
martedì si recitino rispettivamente tre salmi dal 119 al 127, cioè in
tutto nove salmi.
-
Questi vengano sempre
ripetuti allo stesso modo nelle medesime Ore fino alla domenica,
lasciando però invariati gli inni, le lezioni e i versetti per tutte le
Ore della settimana,
-
in modo che alla domenica
si cominci sempre dal salmo 118.
-
Il Vespro poi si celebri
ogni giorno con il canto di quattro salmi,
-
dal 109 fino al 147;
-
eccettuando quelli che
sono riservati alle altre Ore, cioè i salmi 117-127, 133 e 142,
-
tutti gli altri si dicano
a Vespro.
-
E poiché vengono a mancare
tre salmi, si dividano i più lunghi del gruppo indicato, ossia il 138,
il 143 e il 144.
-
Il 116, invece, che è il
più breve, venga unito al 115.
-
Stabilito così l'ordine
della salmodia vespertina, tutto il resto, cioè la lezione, il
responsorio, l'inno, il versetto e il cantico, si dica come abbiamo
disposto sopra.
-
A Compieta, infine, si
ripetano tutti i giorni gli stessi salmi e cioè il 4, il 90 e il 133.
-
Una volta fissato l'ordine
della salmodia di tutti i salmi rimanenti vengano distribuiti in parti
uguali nei sette Uffici notturni,
-
dividendo quelli più
lunghi e assegnandone dodici per notte.
-
Ci teniamo però ad
avvertire che, se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione
dei salmi, li disponga pure come meglio crede,
-
purché badi bene di fare
in modo che in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di
centocinquanta salmi e con l'Ufficio vigiliare della domenica si
ricominci sempre da capo.
-
Infatti i monaci, che in
una settimana salmeggiano meno dell'intero salterio con i cantici
consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza nel servizio a
cui sono consacrati,
-
dato che dei nostri padri
si legge che in un sol giorno adempivano con slancio e fervore quanto è
augurabile che noi tiepidi riusciamo a eseguire in una settimana.
Capitolo XIX
- La partecipazione interiore all'Ufficio divino
-
Sappiamo per fede che Dio
è presente dappertutto e che "gli occhi del Signore guardano in ogni
luogo i buoni e i cattivi",
-
ma dobbiamo crederlo con
assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte
all'Ufficio divino.
-
Perciò ricordiamoci sempre
di quello che dice il profeta: "Servite il Signore nel timore"
-
e ancora: "Lodatelo
degnamente"
-
e ancora: " Ti canterò
alla presenza degli angeli".
-
Consideriamo dunque come
bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli
-
e partecipiamo alla
salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi
con la nostra voce.
Capitolo XX
- La riverenza nella preghiera
-
Se quando dobbiamo
chiedere un favore a qualche personaggio, osiamo farlo solo con
soggezione e rispetto,
-
quanto più dobbiamo
rivolgere la nostra supplica a Dio, Signore di tutte le cose, con
profonda umiltà e sincera devozione.
-
Bisogna inoltre sapere che
non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e
la compunzione che strappa le lacrime.
-
Perciò la preghiera dev'essere
breve e pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e
dall'ispirazione della grazia divina.
-
Ma quella che si fa in
comune sia brevissima e quando il superiore dà il segno, si alzino tutti
insieme.
Capitolo XXI
- I decani del monastero
-
Se la comunità è
abbastanza numerosa, si scelgano in essa alcuni monaci di buon esempio e
di santa vita per costituirli decani;
-
essi vigileranno
premurosamente, secondo le leggi di Dio e gli ordini dell'abate sui
gruppi di dieci fratelli affidati alle loro rispettive cure.
-
Come decani devono essere
eletti quei monaci con i quali l'abate possa tranquillamente condividere
i suoi pesi
-
e in tale scelta non
bisogna tener conto dell'ordine di anzianità, ma regolarsi solo in
considerazione della condotta esemplare e della scienza delle cose di
Dio.
-
Se poi fra questi decani
ce ne fosse qualcuno che, montato un po' in superbia, dovesse essere
ripreso, sia rimproverato una prima, una seconda e una terza volta e, se
non vorrà correggersi,
-
venga sostituito con un
altro veramente degno.
-
La stessa cosa stabiliamo
per il priore.
Capitolo XXII
- Il dormitorio dei monaci
-
Ciascun monaco dorma in un
letto proprio
-
e ne riceva la fornitura
conforme alle consuetudini monastiche e secondo quanto disporrà l'abate.
-
Se è possibile dormano
tutti nello stesso locale, ma se il numero rilevante non lo permette,
riposino a dieci o venti per ambiente insieme con gli anziani incaricati
della sorveglianza.
-
Nel dormitorio rimanga
sempre accesa una lampada fino al mattino.
-
Dormano vestiti, con ai
fianchi semplici cinture o corde, senza portare coltelli appesi al lato
mentre riposano, per non ferirsi nel sonno.
-
Così i monaci siano sempre
pronti e, appena dato il segnale, alzandosi senza indugio si affrettino
a prevenirsi vicendevolmente per l'Ufficio divino, ma sempre con la
massima gravità e modestia.
-
I più giovani non abbiano
i letti vicini, ma alternati con quelli dei più anziani.
-
Quando poi si alzano per
l'Ufficio divino, si esortino garbatamente a vicenda per prevenire le
scuse degli assonnati.
Capitolo
XXIII - La scomunica per le colpe
-
Se qualche fratello si
dimostrerà ribelle o disobbediente o superbo o mormoratore, o assumerà
un atteggiamento di ostilità e di disprezzo nei confronti di qualche
punto della santa Regola o degli ordini dei superiori,
-
questi lo rimproverino una
prima e una seconda volta in segreto, secondo il precetto del Signore.
-
Se non si migliorerà,
venga ripreso pubblicamente di fronte a tutti.
-
Ma nel caso che anche
questo provvedimento si dimostri inefficace, sia scomunicato, purché sia
in grado di valutare la portata di una tale punizione.
-
Se invece difetta di una
sufficiente sensibilità, sia sottoposto al castigo corporale.
Capitolo XXIV
- La misura della scomunica
-
La scomunica e, in genere,
la punizione disciplinare dev'essere proporzionata alla gravità della
colpa
-
e ciò è di competenza
dell'abate.
-
Però il monaco che avrà
commesso mancanze meno gravi sia escluso dalla mensa comune.
-
Il trattamento inflitto a
chi viene escluso dalla mensa è il seguente: in coro non intoni salmo,
né antifona, né reciti lezioni fino a quando non avrà riparato alle sue
mancanze;
-
mangi da solo dopo la
comunità,
-
sicché se, per esempio, i
monaci pranzano all'ora di Sesta, egli mangi a Nona; se pranzano a Nona,
egli a Vespro,
-
fino a quando avrà
ottenuto il perdono con una conveniente riparazione.
Capitolo XXV
- Le colpe più gravi
-
Il monaco colpevole di
mancanze più gravi sia invece sospeso oltre che dalla mensa anche dal
coro.
-
Nessuno lo avvicini per
fargli compagnia o parlare di qualsiasi cosa.
-
Attenda da solo al lavoro
che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza, consapevole
della terribile sentenza dell'apostolo che dice:
-
"Costui è stato consegnato
alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del
Signore".
-
Prenda il suo cibo da solo
nella quantità e nell'ora che l'abate giudicherà più conveniente per
lui;
-
non sia benedetto da chi
lo incontra e non si benedica neppure il cibo che gli viene dato.
Capitolo XXVI
- Rapporti dei confratelli con gli scomunicati
-
Se qualche monaco oserà
avvicinare in qualche modo un fratello scomunicato, o parlare con lui, o
inviargli un messaggio, senza l'autorizzazione dell'abate,
-
incorra nella medesima
punizione.
Capitolo
XXVII - La sollecitudine dell'abate per gli scomunicati
-
L'abate deve prendersi
cura dei colpevoli con la massima sollecitudine, perché "non sono i sani
che hanno bisogno del medico, ma i malati".
-
Perciò deve agire come un
medico sapiente, inviando in qualità di amici fidati dei monaci anziani
e prudenti
-
che quasi inavvertitamente
confortino il fratello vacillante e lo spingano a un'umile riparazione,
incoraggiandolo perché "non sia sommerso da eccessiva tristezza",
-
in altre parole "gli usi
maggiore carità", come dice l'Apostolo "e tutti preghino per lui".
-
Bisogna che l'abate sia
molto vigilante e si impegni premurosamente con tutta l'accortezza e la
diligenza di cui è capace per non perdere nessuna delle pecorelle a lui
affidate.
-
Sia pienamente cosciente
di essersi assunto il compito di curare anime inferme e non di dover
esercitare il dominio sulle sane
-
e consideri con timore il
severo oracolo del profeta per bocca del quale il Signore dice: "Ciò che
vedevate pingue lo prendevate; ciò invece che era debole lo gettavate
via".
-
Imiti piuttosto la
misericordia del buon Pastore che, lasciate sui monti le novantanove
pecore, andò alla ricerca dell'unica che si era smarrita
-
ed ebbe tanta compassione
della sua debolezza che si degnò di caricarsela sulle sue sacre spalle e
riportarla così all'ovile.
Capitolo
XXVIII - La procedura nei confronti degli ostinati
-
Se un monaco, già ripreso
più volte per una qualsiasi colpa, non si correggerà neppure dopo la
scomunica, si ricorra a una punizione ancor più severa e cioè al castigo
corporale.
-
Ma se neppure così si
emenderà o - non sia mai! - montato in superbia pretenderà persino di
difendere il suo operato, l'abate si regoli come un medico provetto,
-
ossia, dopo aver usato i
linimenti e gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle
Scritture divine e, infine, la cauterizzazione della scomunica e le
piaghe delle verghe,
-
vedendo che la sua opera
non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla
preghiera sua e di tutta la comunità
-
per ottenere dal Signore
che tutto può la salvezza del fratello.
-
Se, però, nemmeno questo
tentativo servirà a guarirlo, l'abate, metta mano al ferro del chirurgo,
secondo quanto dice l'apostolo: "Togliete di mezzo a voi quel malvagio"
-
e ancora: "Se l'infedele
vuole andarsene, vada pure",
-
perché una pecora infetta
non debba contagiare tutto il gregge.
Capitolo XXIX
- La riammissione dei fratelli che hanno lasciato il monastero
-
Il monaco, che, dopo aver
lasciato per propria colpa il monastero, volesse ritornarvi, prometta
anzitutto di correggersi definitivamente dalla colpa per la quale è
uscito
-
e a questa condizione sia
ricevuto all'ultimo posto per provare la sua umiltà.
-
Se poi uscisse di nuovo
sia riammesso fino alla terza volta, ma sappia che in seguito gli sarà
negata ogni possibilità di ritorno.
Capitolo XXX
- La correzione dei ragazzi
-
Ogni età e intelligenza
dev'essere trattata in modo adeguato.
-
Perciò i bambini e gli
adolescenti e quelli che non sono in grado di comprendere la gravità
della scomunica,
-
quando commettono qualche
colpa siano puniti con gravi digiuni o repressi con castighi corporali,
perché si correggano.
Capitolo XXXI
- Il cellerario del monastero
-
Come cellerario del
monastero si scelga un fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda
nel mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle
male parole, indolente e prodigo,
-
ma sia timorato di Dio e
un vero padre per la comunità.
-
Si prenda cura di tutto e
di tutti.
-
Non faccia nulla senza il
permesso dell'abate
-
ed esegua fedelmente gli
ordini ricevuti.
-
Non dia ai fratelli motivo
di irritarsi e,
-
se qualcuno di loro
avanzasse pretese assurde, non lo mortifichi sprezzantemente, ma sappia
respingere la richiesta inopportuna con ragionevolezza e umiltà.
-
Custodisca l'anima sua,
ricordandosi sempre di quella sentenza dell'apostolo che dice: "Chi avrà
esercitato bene il proprio ministero, si acquisterà un grado onorevole".
-
Si interessi dei malati,
dei ragazzi, degli ospiti e dei poveri con la massima diligenza, ben
sapendo che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto di tutte queste
persone affidate alle sue cure.
-
Tratti gli oggetti e i
beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell'altare
-
e non tenga nulla in poco
conto.
-
Non si lasci prendere
dall'avarizia né si abbandoni alla prodigalità, ma agisca sempre con
criterio e secondo le direttive dell'abate.
-
Soprattutto sia umile e se
non può concedere quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta
caritatevole,
-
perché sta scritto: "Una
buona parola vale più del migliore dei doni".
-
Si interessi solo delle
incombenze che gli ha affidato l'abate, senza ingerirsi in quelle da cui
lo ha escluso.
-
Distribuisca ai fratelli
la porzione di vitto prestabilita senza alterigia o ritardi, per non
dare motivo di scandalo, ricordandosi di quello che toccherà, secondo la
divina promessa, a "chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli".
-
Se la comunità fosse
numerosa, gli si concedano degli aiuti con la cui collaborazione possa
svolgere serenamente il compito che gli è stato assegnato.
-
Nelle ore fissate si
distribuisca quanto si deve dare e si chieda quello che si deve
chiedere,
-
in modo che nella casa di
Dio non ci sia alcun motivo di turbamento o di malcontento.
Capitolo
XXXII - Gli arnesi e gli oggetti del monastero
-
Per la cura di tutto
quello che il monastero possiede di arnesi, vesti o qualsiasi altro
oggetto l'abate scelga dei monaci su cui possa contare a motivo della
loro vita virtuosa
-
e affidi loro i singoli
oggetti nel modo che gli sembrerà più opportuno, perché li custodiscano
e li raccolgano.
-
Tenga l'inventario di
tutto, in maniera che, quando i vari monaci si succedono negli incarichi
loro assegnati, egli sappia che cosa dà e che cosa riceve.
-
Se poi qualcuno trattasse
con poca pulizia o negligenza le cose del monastero, venga debitamente
rimproverato;
-
nel caso che non si
corregga, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola.
Capitolo
XXXIII - Il "vizio" della proprietà
-
Nel monastero questo vizio
dev'essere assolutamente stroncato fin dalle radici,
-
sicché nessuna si azzardi
a dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell'abate,
-
né pensi di avere nulla di
proprio, assolutamente nulla, né un libro, né un quaderno o un foglio di
carta e neppure una matita,
-
dal momento che ai monaci
non è più concesso di disporre liberamente neanche del proprio corpo e
della propria volontà,
-
ma bisogna sperare tutto
il necessario dal padre del monastero e non si può tenere presso di sé
alcuna cosa che l'abate che l'abate non abbia dato o permesso.
-
"Tutto sia comune a
tutti", come dice la Scrittura, e "nessuno dica o consideri propria
qualsiasi cosa".
-
Se poi si scoprisse
qualcuno che si compiace in questo pessimo vizio, bisognerà
rimproverarlo una prima e una seconda volta
-
e, nel caso che non si
corregga, infliggergli il dovuto castigo.
Capitolo
XXXIV - La distribuzione del necessario
-
"Si distribuiva a ciascuno
proporzionatamente al bisogno", si legge nella Scrittura.
-
Con questo non intendiamo
che si debbano fare preferenze - Dio ce ne liberi! - ma che si tenga
conto delle eventuali debolezze;
-
quindi chi ha meno
necessità, ringrazi Dio senza amareggiarsi,
-
mentre chi ha maggiori
bisogni, si umili per la propria debolezza, invece di montarsi la testa
per le attenzioni di cui è fatto oggetto
-
e così tutti i membri
della comunità staranno in pace.
-
Soprattutto bisogna
evitare che per qualsiasi motivo faccia la sua comparsa il male della
mormorazione, sia pure attraverso una parola o un gesto.
-
E, nel caso che se ne
trovi colpevole qualcuno, sia punito con maggior rigore.
Capitolo XXXV
- Il servizio della cucina
-
I fratelli si servano a
vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per
malattia o per un impegno di maggiore importanza,
-
perché così si acquista un
merito più grande e si accresce la carità.
-
Ma i più deboli siano
provveduti di un aiuto, in modo da non dover compiere questo servizio di
malumore;
-
anzi, è bene che, in
generale, tutti abbiano degli aiuti in corrispondenza alla grandezza
della comunità e alle condizioni locali.
-
In una comunità numerosa
il cellerario sia dispensato dal servizio della cucina, come anche i
fratelli che, secondo quanto abbiamo già detto, sono occupati in compiti
di maggiore utilità,
-
ma tutti gli altri si
servano a vicenda con carità.
-
Al sabato il monaco che
termina il suo turno settimanale, faccia le pulizie.
-
Si lavino gli asciugatoi
usati dai fratelli per le mani e i piedi.
-
Tanto il monaco che
finisce il servizio, quanto quello che lo comincia, lavino i piedi a
tutti.
-
Il primo consegni puliti e
intatti al cellerario tutti gli utensili di cui si è servito nel proprio
turno.
-
A sua volta il cellerario
li affidi al fratello che entra in servizio, in modo da sapere quello
che dà e quello che riceve.
-
Un'ora prima del pranzo,
ciascuno dei monaci di turno in cucina riceva, oltre la quantità di cibo
stabilita per tutti, un po' di pane e di vino,
-
per poter poi all'ora del
pranzo servire i propri fratelli senza lamentele né grave disagio;
-
ma nei giorni festivi
aspettino fino al termine della celebrazione eucaristica.
-
Alla domenica, subito dopo
le Lodi, quelli che iniziano e quelli che terminano il servizio della
cucina si inginocchino in coro davanti a tutti, chiedendo che preghino
per loro.
-
Chi ha finito il proprio
turno reciti il versetto: "Sii benedetto, Signore Dio, che mi hai
aiutato e mi hai consolato".
-
E quando lo avrà ripetuto
tre volte e avrà ricevuto la benedizione, continui il fratello che gli
succede nel servizio, dicendo: "O Dio, vieni in mio soccorso; Signore,
affrettati ad aiutarmi";
-
anche questo versetto sarà
ripetuto tre volte da tutti, dopo di che il fratello riceverà la
benedizione e inizierà il suo turno.
Capitolo
XXXVI - I fratelli infermi
-
L'assistenza agli infermi
deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi
siano serviti veramente come Cristo in persona,
-
il quale ha detto di sé:
"Sono stato malato e mi avete visitato",
-
e: "Quello che avete fatto
a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me".
-
I malati però riflettano,
a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con
eccessive pretese i fratelli che li assistono,
-
ma comunque bisogna
sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un
merito più grande.
-
Quindi l'abate vigili con
la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo.
-
Per i monaci ammalati ci
sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e
premuroso.
-
Si conceda loro l'uso dei
bagni, tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico;
ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più
raramente.
-
I malati più deboli
avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in
forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al
solito.
-
Ma la più grande
preoccupazione dell'abate deve essere che gli infermi non siano
trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte
le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.
Capitolo
XXXVII - I vecchi e i ragazzi
-
Benché la stessa natura
umana sia portata alla compassione per queste due età, dei vecchi, cioè,
e dei ragazzi, bisogna che se ne interessi anche l'autorità della
Regola.
-
Si tenga sempre conto
della loro fragilità e, per quanto riguarda i cibi, non siano affatto
obbligati all'austerità della Regola,
-
Ma, con amorevole
indulgenza, si conceda loro un anticipo sulle ore fissate per i pasti.
Capitolo
XXXVIII - La lettura in refettorio
-
Alla mensa dei monaci non
deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia
preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco
incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica.
-
Dopo la Messa e la
comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle
preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione
di vanità;
-
e tutti ripetano per tre
volte il versetto: "Signore apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà
la tua lode", che è stato intonato dal lettore stesso,
-
il quale, dopo aver
ricevuta così la benedizione, potrà iniziare il proprio turno.
-
Nel refettorio regni un
profondo silenzio, in modo che non si senta alcun bisbiglio o voce,
all'infuori di quella del lettore.
-
I fratelli si porgano a
vicenda il necessario per mangiare e per bere, senza che ci sia bisogno
di chiedere nulla.
-
Se poi proprio occorresse
qualche cosa, invece che con la voce, si chieda con un leggero rumore
che serva da richiamo.
-
E nessuno si permetta di
fare delle domande sulla lettura o su qualsiasi altro argomento, per non
offrire occasione di parlare,
-
a meno che il superiore
non ritenga opportuno di dire poche parole di edificazione.
-
Prima di iniziare la
lettura, il monaco di turno prenda un po' di vino aromatico, sia per
rispetto alla santa Comunione, sia per evitare che il digiuno gli pesi
troppo,
-
e poi mangi con i fratelli
che prestano servizio in cucina e in refettorio.
-
Però i monaci non devono
leggere e cantare tutti secondo l'ordine di anzianità, ma questo
incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i
propri ascoltatori.
Capitolo
XXXIX - La misura del cibo
-
Volendo tenere il debito
conto delle necessità individuali, riteniamo che per il pranzo
quotidiano fissato - a seconda delle stagioni - dopo Sesta o dopo Nona,
siano sufficienti due pietanze cotte,
-
in modo che chi
eventualmente non fosse in condizioni di prenderne una, possa servirsi
dell'altra.
-
Dunque a tutti i fratelli
devono bastare due pietanze cotte e se ci sarà la possibilità di
procurarsi della frutta o dei legumi freschi, se ne aggiunga una terza.
-
Quanto al pane penso che
basti un chilo abbondante al giorno, sia quando c'è un solo pasto, che
quando c'è pranzo e cena.
-
In quest'ultimo caso il
cellerario ne metta da parte un terzo per distribuirlo a cena.
-
Nel caso che il lavoro
quotidiano sia stato più gravoso del solito, se l'abate lo riterrà
opportuno, avrà piena facoltà di aggiungere un piccolo supplemento,
-
purché si eviti
assolutamente ogni abuso e il monaco si guardi dall'ingordigia.
-
Perché nulla è tanto
sconveniente per un cristiano, quanto gli eccessi della tavola,
-
come dice lo stesso nostro
Signore: "State attenti che il vostro cuore non sia appesantito dal
troppo cibo".
-
Quanto poi ai ragazzi più
piccoli, non si serva loro la medesima porzione, ma una quantità minore,
salvaguardando in tutto la sobrietà.
-
Tutti infine si astengano
assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione dei malati molto
deboli.
Capitolo XL
- La misura del vino
-
"Ciascuno ha da Dio il
proprio dono, chi in un modo, chi in un altro"
-
ed è questo il motivo per
cui fissiamo la quantità del vitto altrui con una certa perplessità.
-
Tuttavia, tenendo conto
della cagionevole costituzione dei più gracili, crediamo che a tutti
possa bastare un quarto di vino a testa.
-
Quanto ai fratelli che
hanno ricevuto da Dio la forza di astenersene completamente, sappiano
che ne riceveranno una particolare ricompensa.
-
Se però le esigenze locali
o il lavoro o la calura estiva richiedessero una maggiore quantità, sia
in facoltà del superiore concederla, badando sempre a evitare la sazietà
e ancor più l'ubriachezza.
-
Per quanto si legga che il
vino non è fatto per i monaci, siccome oggi non è facile convincerli di
questo, mettiamoci almeno d'accordo sulla necessità di non bere fino
alla sazietà, ma più moderatamente,
-
perché "il vino fa
apostatare i saggi".
-
I monaci poi che risiedono
in località nelle quali è impossibile procurarsi la suddetta misura, ma
se ne trova solo una quantità molto minore o addirittura nulla,
benedicano Dio e non mormorino:
-
è questo soprattutto che
mi preme di raccomandare, che si guardino dalla mormorazione.
Capitolo XLI
- L'orario dei pasti
-
Dalla santa Pasqua fino a
Pentecoste i fratelli pranzino all'ora di Sesta, cioè a mezzogiorno, e
cenino la sera.
-
Invece da Pentecoste in
poi, per tutta l'estate, se non sono impegnati nei lavori agricoli o
sfibrati dalla calura estiva, al mercoledì e al venerdì digiunino sino
all'ora di Nona, cioè fin dopo le 14
-
e negli altri giorni
pranzino all'ora di Sesta.
-
Ma nel caso che abbiano da
lavorare nei campi o che il caldo sia eccessivo, potranno pranzare tutti
i giorni alle 12, secondo quanto stabilirà paternamente l'abate.
-
Così questi regoli e
disponga tutto in modo che le anime si salvino e i monaci possano
compiere il proprio dovere senza un motivo fondato di mormorazione.
-
Dal 14 settembre fino
all'inizio della Quaresima pranzino sempre all'ora di Nona.
-
Durante la Quaresima, poi,
fino a Pasqua pranzino all'ora di Vespro:
-
questo Ufficio però dev'essere
celebrato a un'ora tale da non aver bisogno di accendere il lume durante
il pranzo e poter terminare mentre è ancora giorno.
-
Anzi, in ogni stagione,
sia l'ora del pranzo che quella della cena devono essere fissate in
maniera che tutto si possa fare con la luce del sole.
Capitolo XLII
- Il silenzio dopo compieta
-
I monaci devono custodire
sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte.
-
Perciò in ogni periodo
dell'anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente:
-
se non si digiuna, appena
alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga
le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione,
-
ma non i primi sette libri
della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti
impressionabili non fa bene ascoltare a quell'ora i suddetti testi
scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti;
-
se invece fosse giorno di
digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano
direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato
-
e leggano quattro o cinque
pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione,
-
perché durante questo
intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che
fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza.
-
Quando saranno tutti
riuniti, dicano insieme Compieta, all'uscita dalla quale non sia più
permesso ad alcuno di pronunciare una parola.
-
Chiunque sia colto a
trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito,
-
eccetto il caso in cui
sopraggiungano degli ospiti o l'abate abbia dato un ordine a un monaco;
-
ma anche in questa
eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito
riserbo.
Capitolo
XLIII - La puntualità nell'Ufficio divino e in refettorio
-
All'ora dell'Ufficio
divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra
le mani, si accorra con la massima sollecitudine,
-
ma nello stesso tempo con
gravità, per non dare adito alla leggerezza.
-
In altre parole non si
anteponga nulla all'opera di Dio".
-
Se qualcuno arriva
all'Ufficio notturno dopo il Gloria del salmo 94, che proprio per questo
motivo vogliamo sia cantato molto lentamente e con pause, non occupi il
proprio posto nel coro,
-
ma si metta all'ultimo o
in quella parte che l'abate avrà destinato per questi negligenti, perché
siano veduti da lui e da tutti,
-
e vi rimanga fino a
quando, al termine del l'Ufficio divino, avrà riparato dinanzi a tutta
la comunità con una penitenza.
-
Abbiamo ritenuto opportuno
far rimanere questi ritardatari all'ultimo posto o in un canto, perché
si correggano almeno per la vergogna di essere visti da tutti.
-
Se, infatti, rimanessero
fuori del coro, ci potrebbe essere qualcuno che ritorna a dormire o si
siede fuori o si mette a chiacchierare, dando così occasione al demonio;
-
è bene invece che entrino,
in modo da non perdere tutto l'Ufficio e correggersi per l'avvenire.
-
Nelle Ore del giorno,
invece, il monaco che arriva all'Ufficio divino dopo il versetto o il
Gloria del primo salmo, che segue lo stesso versetto, si metta
all'ultimo posto, secondo la norma precedente,
-
e non si permetta di
unirsi al coro dei fratelli che salmeggiano, fino a che non avrà
riparato, a meno che l'abate gliene dia il permesso con il suo perdono;
-
ma anche in questo caso il
ritardatario dovrà riparare la sua mancanza.
-
Per quanto riguarda il
refettorio, chi non arriva prima del versetto in modo che tutti uniti
dicano il versetto stesso, preghino e poi siedano insieme a mensa,
-
se la mancanza è dovuta a
negligenza o cattiva volontà, sia rimproverato fino a due volte.
-
Ma se ancora non si
corregge, sia escluso dalla mensa comune
-
e mangi da solo, separato
dalla comunità e senza la sua razione di vino, fino a che non abbia
riparato e si sia corretto.
-
Lo stesso castigo sia
inflitto al monaco che non si trovi presente al versetto che si recita
dopo il pranzo.
-
Nessuno poi si permetta di
mangiare o di bere qualcosa prima dell'ora stabilita.
-
Ma il monaco che non
avesse accettato ciò che gli era stato offerto dal superiore, quando
desidererà quello che ha rifiutato in precedenza o altro, non ottenga
assolutamente nulla fino a che non dimostri di essersi debitamente
corretto.
Capitolo XLIV
- La riparazione degli scomunicati
-
Il monaco che per colpe
gravi è stato escluso dal coro e della mensa comune, al termine
dell'Ufficio divino si prostri in silenzio davanti alla porta del coro,
-
rimanendo lì disteso con
la faccia a terra dinanzi a tutti quelli che escono
-
e continui a fare in
questo modo fino a quando l'abate non giudichi che ha sufficientemente
riparato.
-
Quando poi sarà chiamato
dall'abate, si getti ai piedi di lui e di tutti i fratelli per chiedere
le loro preghiere.
-
Allora, se l'abate vorrà,
potrà essere riammesso in coro al suo posto o a quello designato dallo
stesso abate,
-
senza permettersi, però,
di recitare un salmo, una lezione o altro, a meno che l'abate glielo
ordini.
-
Inoltre al termine di
tutte le Ore dell'Ufficio divino, si prostri a terra lì dove si trova
-
e faccia così la sua
riparazione, finché l'abate non metterà fine a questa penitenza.
-
Quelli, invece, che per
colpe più leggere sono stati esclusi solo dalla mensa, facciano
penitenza in coro per il tempo stabilito dall'abate
-
e la ripetano fin tanto
che questi li benedica e dica: Basta!
Capitolo XLV
- La riparazione per gli errori commessi in coro
-
Se un monaco commette un
errore mentre recita un salmo, un responsorio, un'antifona o una lezione
e non si umilia davanti a tutti con una penitenza, sia sottoposto a una
punizione più severa,
-
perché non ha voluto
correggersi umilmente dell'errore commesso per negligenza.
-
Nel caso dei ragazzi,
invece, per una colpa di questo genere si ricorra al castigo corporale.
Capitolo XLVI
- La riparazione per le altre mancanze
-
Se, mentre è impegnato in
un qualsiasi lavoro in cucina, in dispensa, nel proprio servizio, nel
forno, nell'orto, in qualche attività o si trova in un altro luogo
qualunque, un monaco commette uno sbaglio,
-
rompe o perde un oggetto o
incorre comunque in una mancanza
-
e non si presenta subito
all'abate e alla comunità per riparare spontaneamente e confessare la
propria colpa,
-
sarà sottoposto a una
punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri.
-
Ma se il movente segreto
del peccato fosse nascosto nell'intimo della coscienza, lo manifesti
solo all'abate o a qualche monaco anziano,
-
che sappia curare le
miserie proprie e altrui senza svelarle e renderle di pubblico dominio.
Capitolo
XLVII - Il segnale per l'Ufficio divino
-
Bisogna che l'abate si
assuma personalmente il compito di dare il segnale per l'Ufficio divino,
oppure lo affidi a un monaco diligente in modo che tutto avvenga
regolarmente nelle ore fissate.
-
L'intonazione dei salmi e
delle antifone, secondo l'ordine prestabilito, spetta, dopo l'abate, ai
monaci appositamente designati.
-
E nessuno si permetta di
cantare o di leggere all'infuori di chi è capace di farlo in maniera da
edificare i suoi ascoltatori;
-
inoltre questo compito
dev'essere svolto con umiltà, gravità e reverenza e solo dietro incarico
dell'abate.
Capitolo
XLVIII - Il lavoro quotidiano
-
L'ozio è nemico
dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate
ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio.
-
Quindi pensiamo di
regolare gli orari di queste due attività fondamentali nel modo
seguente:
-
da Pasqua fino al 14
settembre, al mattino verso le 5 quando escono da Prima, lavorino
secondo le varie necessità fino alle 9;
-
dalle 9 fino all'ora di
Sesta si dedichino allo studio della parola di Dio.
-
Dopo l'Ufficio di Sesta e
il pranzo, quando si alzano da tavola, riposino nei rispettivi letti in
assoluto silenzio e, se eventualmente qualcuno volesse leggere per
proprio conto, lo faccia in modo da non disturbare gli altri.
-
Si celebri Nona con un po'
di anticipo, verso le 14, e poi tutti riprendano il lavoro assegnato
dall'obbedienza fino all'ora di Vespro.
-
Ma se le esigenze locali o
la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta
dei prodotti agricoli, non se ne lamentino,
-
perché i monaci sono
veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i
nostri padri e gli Apostoli.
-
Tutto però si svolga con
discrezione, in considerazione dei più deboli.
-
Dal 14 settembre, poi,
fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle
9,
-
quando celebreranno l'ora
di Terza, dopo la quale tutti saranno impegnati nei rispettivi lavori
fino a Nona, e cioè alle 14.
-
Al primo segnale di Nona,
ciascuno interrompa il proprio lavoro per essere pronto al suono del
secondo segnale.
-
Dopo il pranzo si
dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.
-
Durante la Quaresima
leggano dall'alba fino alle 9 inoltrate e poi lavorino in conformità
agli ordini ricevuti fino verso le 4 pomeridiane.
-
In quei giorni di
Quaresima ciascuno riceva un libro dalla biblioteca e lo legga
ordinatamente da cima a fondo.
-
I suddetti libri devono
essere distribuiti all'inizio della Quaresima.
-
E per prima cosa bisognerà
incaricare uno o due monaci anziani di fare il giro del monastero nelle
ore in cui i fratelli sono occupati nello studio,
-
per vedere se per caso ci
sia qualche monaco indolente, che, invece di dedicarsi allo studio,
perda, tempo oziando e chiacchierando e quindi, oltre a essere
improduttivo per sé, distragga anche gli altri.
-
Se si trovasse - non sia
mai! - un fratello che si comporta in questo modo, sia rimproverato una
prima e una seconda volta,
-
ma se non si corregge, gli
si infligga una punizione prevista dalla Regola, in modo da incutere
anche negli altri un salutare timore.
-
Non è neppure permesso che
un monaco si trovi con un altro fuori del tempo stabilito.
-
Anche alla domenica si
dedichino tutti allo studio della parola di Dio, a eccezione di quelli
destinati ai vari servizi.
-
Ma se ci fosse qualcuno
tanto negligente e fannullone da non volere o poter studiare o leggere,
gli si dia qualche lavoro da fare, perché non rimanga in ozio.
-
Infine ai monaci infermi o
cagionevoli si assegni un lavoro o un'attività che non li lasci
nell'inazione e nello stesso tempo non li sfinisca per l'eccessiva
fatica, spingendoli ad andarsene,
-
poiché l'abate ha il
dovere di tener conto della loro debolezza.
Capitolo XLIX
- La quaresima dei monaci
-
Anche se è vero che la
vita del monaco deve avere sempre un carattere quaresimale,
-
visto che questa virtù è
soltanto di pochi, insistiamo particolarmente perché almeno durante la
Quaresima ognuno vigili con gran fervore sulla purezza della propria
vita,
-
profittando di quei santi
giorni per cancellare tutte le negligenze degli altri periodi dell'anno.
-
E questo si realizza
degnamente, astenendosi da ogni peccato e dedicandosi con impegno alla
preghiera accompagnata da lacrime di pentimento, allo studio della
parola di Dio, alla compunzione del cuore e al digiuno.
-
Perciò durante la
Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro
servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o
nel bere,
-
in modo che ognuno di noi
possa di propria iniziativa offrire a Dio "con la gioia dello Spirito
Santo" qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione
monastica;
-
si privi cioè di un po' di
cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle
chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l'animo
fremente di gioioso desiderio.
-
Ma anche ciò che ciascuno
vuole offrire personalmente a Dio dev'essere prima sottoposto umilmente
all'abate e poi compiuto con la sua benedizione e approvazione,
-
perché tutto quello che si
fa senza il permesso dell'abate sarà considerato come presunzione e
vanità, anziché come merito.
-
Perciò si deve far tutto
con l'autorizzazione dell'abate.
Capitolo L -
I monaci che lavorano lontano o sono in viaggio
-
I fratelli, che lavorano
molto lontano e non possono essere presenti in coro nell'ora fissata per
l'Ufficio divino,
-
se l'impossibilità in cui
si trovano è stata effettivamente accettata dall'abate,
-
recitino pure l'Ufficio
divino sul posto di lavoro, mettendosi in ginocchio per la reverenza
dovuta a Dio.
-
Così pure quelli, che sono
mandati in viaggio, non lascino passare le ore stabilite per l'Ufficio,
ma lo recitino come meglio possono e non trascurino l'adempimento del
dovere inerente al loro sacro servizio.
Capitolo LI
- I monaci che si recano nelle vicinanze
-
Il monaco, che viene
mandato fuori per qualche commissione e conta di tornare in monastero
nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene
pregato con insistenza da qualsiasi persona,
-
a meno che l'abate non
gliene abbia dato il permesso.
-
Se contravverrà a questa
prescrizione, sarà scomunicato.
Capitolo LII
- La chiesa del monastero
-
La chiesa sia quello che
dice il suo nome, quindi in essa non si faccia né si riponga altro.
-
Alla fine dell'Ufficio
divino escano tutti in perfetto silenzio e con grande rispetto per Dio,
-
in modo che, se un monaco
volesse rimanere a pregare. privatamente, non sia impedito
dall'indiscrezione altrui.
-
Se, però, anche in un
altro momento qualcuno desidera pregare per proprio conto, entri
senz'altro e preghi, non a voce alta, ma con lacrime e intimo ardore.
-
Perciò, come abbiamo
detto, chi non intende dedicarsi all'orazione si guardi bene dal
trattenersi in chiesa dopo la celebrazione del divino Ufficio, per
evitare che altri siano disturbati dalla sua presenza.
Capitolo LIII
- L'accoglienza degli ospiti
-
Tutti gli ospiti che
giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli
dirà: "Sono stato ospite e mi avete accolto"
-
e a tutti si renda il
debito onore, ma in modo particolare ai nostri confratelli e ai
pellegrini.
-
Quindi, appena viene
annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano
incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore;
-
per prima cosa preghino
insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace.
-
Questo bacio di pace non
dev'essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni
diaboliche.
-
Nel saluto medesimo si
dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in
partenza,
-
adorando in loro, con il
capo chino o il corpo prostrato a terra, lo stesso Cristo, che così
viene accolto nella comunità.
-
Dopo questo primo
ricevimento, gli ospiti siano condotti a pregare e poi il superiore o un
monaco da lui designato si siedano insieme con loro.
-
Si legga all'ospite un
passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino
tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di
umanità.
-
Se non è uno dei giorni in
cui il digiuno non può essere violato, il superiore rompa pure il suo
digiuno per far compagnia all'ospite,
-
mentre i fratelli
continuino a digiunare come al solito.
-
L'abate versi
personalmente l'acqua sulle mani degli ospiti per la consueta lavanda;
-
lui stesso, poi, e tutta
la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti
-
e al termine di questo
fraterno servizio dicano il versetto: "Abbiamo ricevuto la tua
misericordia, o Dio, nel mezzo del tuo Tempio".
-
Specialmente i poveri e i
pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile,
perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare
e, d'altra parte, l'imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.
-
La cucina dell'abate e
degli ospiti sia a parte, per evitare che i monaci siano disturbati
dall'arrivo improvviso degli ospiti, che non mancano mai in monastero.
-
Il servizio di questa
cucina sia affidato annualmente a due fratelli, che sappiano svolgerlo
come si deve.
-
A costoro si diano anche
degli aiuti, se ce n'è bisogno, perché servano senza mormorare, ma, a
loro volta, quando hanno meno da fare, vadano a lavorare dove li manda
l'obbedienza.
-
E non solo in questo caso,
ma nei confronti di tutti i fratelli impegnati in qualche particolare
servizio del monastero, si segua un tale principio
-
e cioè che, se occorre, si
concedano loro degli aiuti, mentre, una volta terminato il proprio
lavoro, essi devono tenersi disponibili per qualsiasi ordine.
-
Così pure la foresteria,
ossia il locale destinato agli ospiti, sia affidata a un monaco pieno di
timor di Dio:
-
in essa ci siano dei letti
forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con
saggezza da persone sagge.
-
Nessuno, poi, a meno che
ne abbia ricevuto l'incarico, prenda contatto o si intrattenga con gli
ospiti,
-
ma se qualcuno li incontra
o li vede, dopo averli salutati umilmente come abbiamo detto e aver
chiesta la benedizione, passi oltre, dichiarando di non avere il
permesso di parlare con gli ospiti.
Capitolo LIV
- La distribuzione delle lettere e dei regali destinati ai singoli monaci
-
Senza il consenso
dell'abate nessun monaco può ricevere dai suoi parenti o da qualunque
altra persona lettere, oggetti di devozione o altri piccoli regali e
neanche farne a sua volta o scambiarli con i confratelli.
-
E anche se i parenti gli
mandassero qualche dono, non si permetta di accettarlo, senza averne
prima informato l'abate.
-
Ma questi, anche nel caso
che dia il suo consenso per ricevere il dono, può sempre assegnarlo a
chi vuole
-
e il monaco a cui era
destinato non deve farsi di questo un motivo di afflizione, per non dare
occasione al diavolo.
-
Se poi qualcuno si
provasse a comportarsi diversamente, sia sottoposto ai castighi dalla
Regola.
Capitolo LV
- Gli abiti e le calzature dei monaci
-
Bisogna dare ai monaci
degli abiti adatti alle condizioni e al clima della località in cui
abitano,
-
perché nelle zone fredde
si ha maggiore necessità di coprirsi e in quelle calde di meno:
-
il giudizio al riguardo è
di competenza dell'abate.
-
Comunque riteniamo che nei
climi temperati bastino per ciascun monaco una tonaca e una cocolla,
-
quest'ultima di lana
pesante per l'inverno e leggera o lisa per l'estate;
-
inoltre lo scapolare per
il lavoro e come calzature, scarpe e calze.
-
Quanto al colore e alla
qualità di tutti questi indumenti, i monaci non devono attribuirvi
eccessiva importanza, accontentandosi di quello che si può trovare sul
posto ed è più a buon mercato.
-
L'abate però stia attento
alla misura degli abiti, in modo che non siano troppo corti, ma della
taglia di chi li indossa.
-
I monaci che ricevono gli
indumenti nuovi, restituiscano i vecchi, che devono essere riposti nel
guardaroba per poi distribuirli ai poveri.
-
Infatti a ogni monaco
bastano due cocolle e due tonache per potersi cambiare la notte e per
lavarle;
-
il di più è superfluo e
dev'essere eliminato.
-
Anche le calze e qualsiasi
altro oggetto usato dev'essere restituito, quando ne viene assegnato uno
nuovo.
-
I monaci, che sono mandati
in viaggio, ricevano dal guardaroba gli indumenti occorrenti, che
restituiranno poi lavati al ritorno.
-
Anche le cocolle e le
tonache per il viaggio siano un po' migliori di quelle portate
usualmente; gli interessati le prendano in consegna dal guardaroba,
quando partono, e le restituiscano al ritorno.
-
Per la fornitura dei letti
poi bastino un pagliericcio, una coperta di grossa tela, un coltrone e
un cuscino di paglia o di crine.
-
I letti, però, devono
essere frequentemente ispezionati dall'abate, per vedere se non ci sia
nascosta qualche piccola proprietà personale.
-
E se si scoprisse qualcuno
in possesso di un oggetto che non ha ricevuto dall'abate, sia sottoposto
a una gravissima punizione.
-
Ma, per strappare fin
dalle radici questo vizio della proprietà, l'abate distribuisca tutto il
necessario
-
e cioè: cocolla, tonaca,
calze, scarpe, cintura, coltello, ago, fazzoletti e il necessario per
scrivere, in modo da togliere ogni pretesto di bisogno.
-
In questo, però, deve
sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè
che "Si dava a ciascuno secondo le sue necessità".
-
Quindi prenda in
considerazione le particolari esigenze dei più deboli, anziché la
malevolenza degli invidiosi.
-
Comunque, in tutte le sue
decisioni si ricordi del giudizio di Dio.
Capitolo LVI
- La mensa dell'abate
-
L'abate mangi sempre in
compagnia degli ospiti e dei pellegrini.
-
Ma quando gli ospiti sono
pochi, può chiamare alla sua mensa i monaci che vuole.
-
Sarà bene tuttavia
lasciare uno o due monaci anziani con la comunità per il mantenimento
della disciplina.
Capitolo LVII
- I monaci che praticano un'arte o un mestiere
-
Se in monastero ci sono
dei fratelli esperti in un'arte o in un mestiere, li esercitino con la
massima umiltà, purché l'abate lo permetta.
-
Ma se qualcuno di loro
monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al
monastero,
-
sia tolto dal suo lavoro e
non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se
stesso, umiliandosi, e l'abate non glielo permetta di nuovo.
-
Se poi si deve vendere
qualche prodotto del lavoro di questi monaci, coloro, che sono stati
incaricati di trattare l'affare, si guardino bene da qualsiasi
disonestà.
-
Si ricordino sempre di
Anania e Safira, per non correre il rischio che la morte, subita da
quelli nel corpo,
-
colpisca le anime loro e
di tutte le persone, che hanno comunque defraudato le sostanze del
monastero.
-
Però nei prezzi dei
suddetti prodotti non deve mai insinuarsi l'avarizia,
-
ma bisogna sempre venderli
un po' più a buon mercato dei secolari
-
"affinché in ogni cosa sia
glorificato Dio".
Capitolo
LVIII - Norme per l'accettazione dei fratelli
-
Quando si presenta un
aspirante alla vita monastica, non bisogna accettarlo con troppa
facilità,
-
ma, come dice l'Apostolo:
"Provate gli spiriti per vedere se vengono da Dio".
-
Quindi, se insiste per
entrare e per tre o quattro giorni dimostra di saper sopportare con
pazienza i rifiuti poco lusinghieri e tutte le altre difficoltà opposte
al suo ingresso, perseverando nella sua richiesta,
-
sia pure accolto e
ospitato per qualche giorno nella foresteria.
-
Ma poi si trasferisca nel
locale destinato ai novizi, perché vi ricevano la loro formazione, vi
mangino e vi dormano.
-
Ad essi venga inoltre
preposto un monaco anziano, capace di conquistare le anime, con
l'incarico di osservarli molto attentamente.
-
In primo luogo bisogna
accertarsi se il novizio cerca veramente Dio, se ama l'Ufficio divino,
l'obbedienza e persino le inevitabili contrarietà della vita comune.
-
Gli si prospetti tutta la
durezza e l'asperità del cammino che conduce a Dio.
-
Se darà sicure prove di
voler perseverare nella sua stabilità, dopo due mesi gli si legga per
intero questa Regola
-
e gli si dica: "Ecco la
legge sotto la quale vuoi militare; se ti senti di poterla osservare,
entra; altrimenti, va' pure via liberamente".
-
Se persisterà ancora nel
suo proposito, sia ricondotto nel suddetto locale dei novizi e si metta
la sua pazienza alla prova in tutti i modi possibili.
-
Passati sei mesi, gli si
legga di nuovo la Regola, perché prenda coscienza dell'impegno che sta
per assumersi.
-
E se continua a
perseverare, dopo altri quattro mesi, gli si legga ancora una volta la
stessa Regola.
-
Se allora, dopo aver
seriamente riflettuto, prometterà di essere fedele in tutto e di
obbedire a ogni comando, sia pure accolto nella comunità,
-
ma sappia che anche
l'autorità della Regola gli vieta da quel giorno di uscire dal monastero
-
e di sottrarsi al giogo
della disciplina monastica che, in una così prolungata deliberazione, ha
avuto la possibilità di accettare o rifiutare liberamente.
-
Al momento dell'ammissione
faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di
stabilità, conversione continua e obbedienza,
-
al cospetto di Dio e di
tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un
giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del
quale si fa giuoco.
-
Di tale promessa stenda un
documento sotto forma di domanda, rivolta ai Santi, le cui reliquie sono
conservate nella chiesa, e all'abate presente.
-
Scriva di suo pugno il
suddetto documento o, se non è capace, lo faccia scrivere da un altro,
dietro sua esplicita richiesta, e lo firmi con un segno, deponendolo poi
sull'altare con le proprie mani.
-
Una volta depositato il
documento sull'altare, il novizio intoni subito il versetto: "Accoglimi,
Signore, secondo la tua promessa e vivrò; e non deludermi nella mia
speranza".
-
Tutta la comunità ripeta
per tre volte lo stesso versetto, aggiungendovi alla fine il Gloria.
-
Poi il novizio si prostri
ai piedi di ciascuno dei fratelli per chiedergli di pregare per lui e da
quel giorno sia considerato come un membro della comunità.
-
Se possiede dei beni
materiali, li distribuisca in precedenza ai poveri o li doni al
monastero con un atto ufficiale senza riservare per sé la minima
proprietà,
-
ben sapendo che da quel
giorno in poi non sarà più padrone neanche del proprio corpo.
-
Quindi, subito dopo, sia
spogliato in coro delle vesti che indossa e rivestito dell'abito
monastico.
-
Ma gli indumenti di cui si
è spogliato devono essere conservati nel guardaroba,
-
in modo che, se in seguito
dovesse - Dio non voglia!- cedere alla suggestione diabolica e lasciare
il monastero, sia mandato via senza l'abito monastico.
-
Non gli si restituisca
invece la domanda che l'abate ha ritirato dall'altare, ma sia conservata
in monastero.
Capitolo LIX
- I piccoli oblati
-
Se qualche persona
facoltosa volesse offrire il proprio figlio a Dio nel monastero e il
ragazzo è ancora piccino, i genitori stendano la domanda di cui abbiamo
parlato nel capitolo precedente
-
e l'avvolgano nella
tovaglia dell'altare insieme con l'oblazione della Messa e la mano del
bimbo, offrendolo in questo modo.
-
Per quanto riguarda poi i
loro beni, o nella domanda suddetta promettano di non dargli mai nulla,
né direttamente né per interposta persona, né in qualsiasi altro modo, e
neanche di dargli mai l'occasione di procurarsi qualche sostanza,
-
oppure, se non intendono
regolarsi secondo questa prassi e desiderano offrire qualche cosa al
monastero per la salute dell'anima loro,
-
facciano donazione dei
beni che vogliono regalare al monastero, riservandosene, se credono,
l'usufrutto.
-
Così si precludano tutte
le vie, in modo da non lasciare al ragazzo alcun miraggio da cui possa
esser tratto in inganno e - Dio non voglia! - in perdizione, come ci ha
insegnato l'esperienza.
-
La stessa procedura
seguano anche i meno abbienti.
-
Quanto a coloro che non
possiedono proprio nulla, facciano semplicemente la domanda e offrano il
loro figlioletto con l'oblazione della Messa, alla presenza di
testimoni.
Capitolo LX
- I sacerdoti aspiranti alla vita monastica
-
Se qualche sacerdote
chiede di essere ammesso nel monastero, non bisogna affrettarsi troppo
ad accogliere la sua richiesta.
-
Ma se continua a insistere
in questa preghiera, sappia che dovrà osservare tutta la disciplina
della Regola,
-
senza la minima
attenuazione, in modo che gli si possa dire con la Scrittura: "Amico,
che sei venuto a fare?".
-
Gli si conceda tuttavia di
prender posto dopo l'abate, di dare la benedizione e di recitare le
preci finali, purché l'abate disponga così;
-
altrimenti non pretenda
assolutamente nulla, anzi sia per tutti un esempio di umiltà, ben
sapendo di essere soggetto alla disciplina della Regola.
-
E se per caso nella
comunità si dovesse trattare dell'assegnazione delle cariche o di
qualche altro affare,
-
occupi il posto che gli
spetta corrispondentemente al suo ingresso in monastero e non quello che
gli è stato concesso in considerazione della sua dignità sacerdotale.
-
Se poi qualche chierico,
spinto dallo stesso desiderio, volesse essere aggregato alla comunità,
sia assegnato a un posto di un certo riguardo,
-
ma sempre a condizione che
prometta anche lui l'osservanza della Regola e la propria stabilità.
Capitolo LXI
- L'accoglienza dei monaci forestieri
-
Se un monaco forestiero,
giunto di lontano, vuole abitare nel monastero in qualità di ospite
-
e si dimostra soddisfatto
delle consuetudini locali,
-
accontentandosi con
semplicità di quello che trova, senza disturbare la comunità con le sue
pretese, sia accolto per tutto il tempo che desidera.
-
Nel caso poi che egli
rilevi qualche inconveniente o dia qualche suggerimento, l'abate si
chieda se il Signore non lo abbia mandato proprio per questo.
-
E se in seguito vorrà
fissare la sua stabilità nel monastero, non si opponga un rifiuto a
questa sua richiesta, tanto più che durante la sua permanenza si è avuto
modo di studiarne il comportamento.
-
Se però, quando era ospite
si è dimostrato pieno di pretese e di difetti, non solo non dev'essere
aggregato alla comunità,
-
ma bisogna dirgli
garbatamente di andarsene per evitare che le sue miserie contagino anche
gli altri.
-
Invece, se non merita di
essere allontanato, non sia accolto e incorporato nella comunità solo
nel caso che ne faccia domanda,
-
ma sia addirittura
invitato a rimanere, perché gli altri possano trarre profitto dal suo
esempio
-
e perché dappertutto si
serve il medesimo Signore e si milita sotto lo stesso Re.
-
Anzi, se l'abate lo
ritiene degno, può anche assegnargli un posto un po' elevato.
-
E non solamente un monaco,
ma anche coloro che appartengono all'ordine sacerdotale o al chiericato,
l'abate può destinare a un posto superiore a quello corrispondente al
loro ingresso in monastero, se ha notato che la condotta lo merita.
-
Si guardi però sempre
dall'ammettere stabilmente nella sua comunità un monaco proveniente da
un monastero conosciuto, senza il consenso e le lettere commendatizie
del suo abate,
-
perché sta scritto: "Non
fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te".
Capitolo LXII
- I sacerdoti del monastero
-
Se un abate desidera che
uno dei suoi monaci sia ordinato sacerdote o diacono per il servizio
della comunità scelga in essa un fratello degno di esercitare tali
funzioni.
-
Ma il monaco ordinato si
guardi dalla vanità e dalla superbia
-
e non creda di poter fare
altro che quello che gli ordina l'abate, tenendo sempre presente che
d'ora in poi dovrà essere maggiormente sottomesso alla disciplina.
-
Né col pretesto del
sacerdozio trascuri l'obbedienza alla Regola o la disciplina, ma anzi
progredisca sempre più nelle vie di Dio.
-
Conservi sempre il posto
che gli spetta in corrispondenza del suo ingresso in monastero,
-
tranne che per il
ministero dell'altare, oppure nel caso che la scelta della comunità o la
volontà dell'abate l'abbiano promosso in considerazione della sua vita
esemplare.
-
Sappia però che deve
osservare la disciplina prestabilita per i decani e i superiori.
-
Se avrà la presunzione di
agire diversamente, non sia più trattato come un sacerdote, ma come un
ribelle.
-
E nell'eventualità che,
dopo essere stato ammonito non si correggesse, si chiami a testimonio
anche il vescovo.
-
Ma se neanche allora si
emendasse e le sue colpe diventassero sempre più evidenti, sia espulso
dal monastero,
-
purché però sia stato così
ostinato da non volersi sottomettere e obbedire alla Regola.
Capitolo
LXIII - L'ordine della comunità
-
Nella comunità ognuno
conservi il posto che gli spetta secondo la data del suo ingresso o
l'esemplarità della sua condotta o la volontà dell'abate.
-
Bisogna però che quest'ultimo
non metta lo scompiglio nel gregge che gli è stato affidato, prendendo
delle disposizioni ingiuste come se esercitasse un potere assoluto,
-
ma pensi sempre che dovrà
rendere conto a Dio di tutte le sue decisioni e azioni.
-
Dunque i monaci si
succedano nel bacio di pace e nella comunione, nell'intonare i salmi e
nei posti in coro, secondo l'ordine stabilito dall'abate o a essi
spettante.
-
E in nessuna occasione
l'età costituisca un criterio distintivo o pregiudizievole per stabilire
i posti,
-
perché Samuele e Daniele,
quando erano ancora fanciulli, giudicarono gli anziani.
-
Quindi, a eccezione di
quelli che, come abbiamo già detto, l'abate avrà promosso per ragioni
superiori o degradato per motivi fondati, tutti gli altri occupino
sempre i posti determinati dalla data del rispettivo ingresso,
-
in modo che il monaco,
arrivato - per esempio - in monastero alle 9, sappia di essere più
giovane di quello arrivato alle 8, quale che sia la sua età e dignità.
-
Per quanto riguarda i
ragazzi, invece, si osservi in tutto e per tutto la relativa disciplina.
-
I più giovani, dunque,
trattino con riguardo i più anziani, che a loro volta li ricambino con
amore.
-
Anche quando si chiamano
tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all'altro con il solo nome,
-
ma gli anziani diano ai
giovani l'appellativo di "fratello" e i giovani usino per gli anziani
quello di "reverendo padre", come espressione del loro rispetto filiale.
-
L'abate poi sia chiamato
"signore" e "abate", non perché si sia arrogato da sé un tale titolo, ma
in onore e per amore di Cristo del quale sappiamo per fede che egli fa
le veci.
-
Da parte sua, però,
rifletta sull'onore che gli viene tributato e se ne dimostri degno.
-
Dovunque i fratelli si
incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano;
-
quando passa un monaco
anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene
dal rimettersi a sedere prima che l'anziano glielo permetta,
-
in modo che si realizzi
quanto è scritto: "Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore".
-
I ragazzi più piccoli e i
giovanetti occupino in coro e in refettorio i posti loro spettanti
secondo la Regola:
-
ma fuori di lì siano
sorvegliati e tenuti dappertutto sotto la disciplina, finché non avranno
raggiunto un età più matura.
Capitolo LXIV
- L'elezione dell'abate
-
Nell'elezione dell'abate
bisogna seguire il principio di scegliere il monaco che tutta la
comunità ha designato concordemente nel timore di Dio, oppure quello
prescelto con un criterio più saggio da una parte sia pur piccola di
essa.
-
Il futuro abate dev'essere
scelto in base alla vita esemplare e alla scienza soprannaturale, anche
se fosse l'ultimo della comunità.
-
Se invece, - non sia mai!
- la comunità eleggesse, sia pure di comune accordo, una persona
consenziente ai suoi abusi,
-
e il vescovo della diocesi
o gli abati o i fedeli delle vicinanze ne venissero comunque a
conoscenza
-
devono impedire in tutti i
modi che il complotto di quegli sciagurati abbia il sopravvento e
nominare un degno ministro della casa di Dio,
-
ben sapendo che ne
riceveranno una grande ricompensa, mentre invece sarebbero colpevoli, se
non se ne curassero.
-
Il nuovo eletto, poi,
pensi sempre al carico che si è addossato e a chi dovrà rendere conto
del suo governo
-
e sia consapevole che il
suo dovere è di aiutare, piuttosto che di comandare.
-
Bisogna quindi che sia
esperto nella legge di Dio per possedere la conoscenza e la materia da
cui trarre "cose nuove e antiche", intemerato, sobrio, comprensivo
-
e faccia "trionfare la
misericordia sulla giustizia", in modo da meritare un giorno lo stesso
trattamento per sé.
-
Detesti i vizi, ma ami i
suoi monaci.
-
Nelle stesse correzioni
agisca con prudenza per evitare che, volendo raschiare troppo la
ruggine, si rompa il vaso:
-
diffidi sempre della
propria fragilità e si ricordi che "non bisogna spezzare la canna già
incrinata".
-
Con questo non intendiamo
che l'abate debba permettere ai difetti di allignare, ma che li sradichi
- come abbiamo già detto - con prudenza e carità, nel modo che gli
sembrerà più conveniente per ciascuno,
-
e cerchi di essere più
amato che temuto.
-
Non sia turbolento e
ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così
non avrebbe mai pace;
-
negli stessi ordini sia
previdente e riflessivo e, tanto se il suo comando riguarda il campo
spirituale, quanto se si riferisce a un interesse temporale, proceda con
discernimento e moderazione,
-
tenendo presente la
discrezione del santo patriarca Giacobbe, che diceva: "Se affaticherò
troppo i miei greggi, moriranno tutti in un giorno".
-
Seguendo questo e altri
esempi di quella discrezione che è la madre di tutte le virtù, disponga
ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza
scoraggiare i deboli.
-
E soprattutto osservi e
faccia osservare integramente la presente Regola
-
per potersi sentir dire
dal Signore, al termine della sua onesta gestione, le parole udite dal
servo fedele, che a tempo debito distribuì il frumento ai suoi compagni:
-
"In verità vi dico: -
dichiara Gesù - gli diede potere su tutti i suoi beni".
Capitolo LXV
- Il priore del monastero
-
Accade spesso che la
nomina del priore dia origine a gravi scandali,
-
perché alcuni, gonfiati da
un maligno spirito di superbia e convinti di essere altrettanti abati,
si attribuiscono indebitamente un potere assoluto, fomentando litigi,
creando divisioni nelle comunità,
-
specialmente in quei
monasteri nei quali il priore viene nominato dallo stesso vescovo o
dagli stessi abati a cui spetta l'elezione dell'abate.
-
E' facile rendersi conto
dell'assurdità di una simile procedura, con cui si dà motivo al priore
di insuperbirsi fin dal primo momento della sua nomina,
-
perché la considerazione
di questo stato di cose può insinuare in lui l'idea di non essere più
soggetto all'autorità dell'abate.
-
"Tu pure - dirà a se
stesso - sei stato nominato da quelli che hanno eletto l'abate".
-
Di qui nascono invidie,
liti, maldicenze, rivalità, divisioni e disordini di ogni genere,
-
per cui, mentre l'abate e
il priore sono in disaccordo, le loro anime vengono necessariamente a
trovarsi in pericolo a motivo di questo contrasto
-
e i loro sudditi,
parteggiando per l'uno o per l'altro, vanno in perdizione.
-
La responsabilità di
questa perniciosa situazione ricade principalmente sugli autori di tanto
disordine.
-
Quindi, per la tutela
della pace e della carità ci è sembrato necessario far dipendere
l'ordinamento del monastero unicamente dalla volontà del suo abate.
-
E, se è possibile, tutte
le attività del monastero siano regolate - come abbiamo già stabilito in
precedenza - per mezzo di decani, secondo quanto disporrà l'abate,
-
in modo che, ripartendo
l'autorità fra varie persone, non si dia motivo a uno solo di
insuperbirsi.
-
Ma se le condizioni locali
lo esigono o la comunità lo chiede umilmente e con ragioni fondate e
l'abate lo giudica opportuno,
-
nomini egli stesso priore
quel monaco che avrà scelto con il consiglio di fratelli timorati di
Dio.
-
Il priore, da parte sua,
esegua con reverenza gli ordini del suo abate e non faccia nulla contro
la volontà o le disposizioni di lui,
-
perché quanto più è stato
elevato al di sopra degli altri, tanto maggior impegno deve dimostrare
nell'osservanza delle prescrizioni della Regola.
-
Se poi questo priore si
rivelerà pieno di difetti o, lusingato dalla vanità, monterà in superbia
o darà prova manifesta di disprezzare la santa Regola, sia ammonito a
voce per quattro volte,
-
ma, nel caso che non si
corregga, si prenda nei suoi confronti il provvedimento disciplinare
previsto dalla Regola.
-
Se neppure così si
ravvederà, sia deposto dalla carica di priore e sostituito da un altro
che ne sia degno.
-
E se in seguito non
intenderà starsene quieto e sottomesso in comunità, sia addirittura
espulso dal monastero.
-
Ma l'abate, da parte sua,
si ricordi sempre che un giorno dovrà rendere conto a Dio di tutte le
sue decisioni, per evitare che la fiamma dell'invidia e della gelosia
gli divori l'anima.
Capitolo LXVI
- I portinai del monastero
-
Alla porta del monastero
sia destinato un monaco anziano e assennato, che sappia ricevere e
riportare le commissioni e sia abbastanza maturo da non disperdersi,
andando in giro a destra e a sinistra.
-
Questo portinaio deve
avere la sua residenza presso la porta, in modo che le persone che
arrivano trovino sempre un monaco pronto a rispondere.
-
Quindi, appena qualcuno
bussa o un povero chiede la carità, risponda: "Deo gratias!" Oppure: "Benedicite!"
-
e con tutta la delicatezza
che ispira il timor di Dio venga incontro alle richieste del nuovo
arrivato, dimostrando una grande premura e un'ardente carità.
-
Lo stesso portinaio, se ha
bisogno di aiuto, sia coadiuvato da un fratello più giovane.
-
Il monastero, poi, dev'essere
possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto
l'occorrente, ossia l'acqua, il mulino, l'orto e i vari laboratori,
-
per togliere ai monaci
ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro
anime.
-
Infine vogliamo che questa
Regola sia letta spesso in comunità, perché nessuno possa giustificarsi
con il pretesto dell'ignoranza.
Capitolo
LXVII - I monaci mandati in viaggio
-
I monaci, che sono mandati
in viaggio, si raccomandino alle preghiere di tutti i confratelli e
dell'abate;
-
e nell'orazione conclusiva
dell'Ufficio divino si ricordino sempre tutti gli assenti.
-
Quelli, poi, che
rientrano, nel giorno stesso del loro ritorno si prostrino in coro al
termine di tutte le Ore canoniche,
-
implorando dalla comunità
una preghiera per riparare le mancanze eventualmente commesse durante il
viaggio, guardando o ascoltando qualcosa di male o perdendosi in
chiacchiere.
-
E nessuno si permetta di
riferire ad altri quello che ha visto o udito fuori del monastero,
perché questo sarebbe veramente rovinoso.
-
Se poi qualcuno si
provasse a farlo, sia sottoposto al castigo previsto dalla Regola.
-
Allo stesso modo sia
punito chi osasse oltrepassare i confini del monastero o andare in
qualunque luogo o fare qualsiasi cosa, sia pur minima, senza il consenso
dell'abate.
Capitolo
LXVIII
- Le obbedienze impossibili
-
Anche se a un monaco viene
imposta un'obbedienza molto gravosa, o addirittura impossibile a
eseguirsi, il comando del superiore dev'essere accolto da lui con
assoluta sottomissione e soprannaturale obbedienza.
-
Ma se proprio si
accorgesse che si tratta di un carico, il cui peso è decisamente
superiore alle sue forze, esponga al superiore i motivi della sua
impossibilità con molta calma e senso di opportunità,
-
senza assumere un
atteggiamento arrogante, riluttante o contestatore.
-
Se poi, dopo questa
schietta e umile dichiarazione, l'abate restasse fermo nella sua
convinzione, insistendo nel comando, il monaco sia pur certo che per lui
è bene così
-
e obbedisca per amore di
Dio, confidando nel Suo aiuto.
Capitolo LXIX
- Divieto di arrogarsi le difese dei confratelli
-
Bisogna evitare in tutti i
modi che per qualsiasi motivo un monaco si provi a difendere un altro o
ad assumerne in certo modo la protezione,
-
anche se ci fosse tra loro
un qualsiasi vincolo di parentela.
-
I monaci si guardino
assolutamente da un simile abuso, che può costituire una pericolosissima
occasione di disordini o di scandali.
-
Se qualcuno trasgredisse
queste norme, sia punito con la massima severità.
Capitolo LXX
- Divieto di arrogarsi la riprensione dei confratelli
-
Nel monastero si deve
sopprimere decisamente ogni occasione di arbitri e di soprusi;
-
perciò dichiariamo che non
è permesso ad alcuno di infliggere la scomunica o un castigo corporale a
un confratello, senza l'autorizzazione dell'abate.
-
I colpevoli di tale
trasgressione siano rimproverati alla presenza dell'intera comunità,
affinché anche gli altri ne abbiano timore.
-
I ragazzi, però, rimangano
fino a quindici anni sotto la disciplina e l'oculata vigilanza di tutti,
-
ma sempre con grande
moderazione e buon senso.
-
Chi poi si arrogasse una
qualsiasi autorità sugli adulti, senza il comando dell'abate, o si
inquietasse irragionevolmente con i ragazzi, sia sottoposto alla
punizione prevista dalla Regola,
-
perché sta scritto: "Non
fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".
Capitolo LXXI
- L'obbedienza fraterna
-
La virtù dell'obbedienza
non dev'essere solo esercitata da tutti nei confronti dell'abate, ma
bisogna anche che i fratelli si obbediscano tra loro,
-
nella piena consapevolezza
che è proprio per questa via dell'obbedienza che andranno a Dio.
-
Dunque, dopo aver dato
l'assoluta precedenza al comando dell'abate o dei superiori da lui
designati, a cui non permettiamo che si preferiscano ordini privati,
-
per il resto i più giovani
obbediscano ai confratelli più anziani con la massima carità e premura.
-
Se qualcuno dà prova di un
carattere litigioso sia debitamente corretto.
-
Se poi un monaco viene
comunque rimproverato dall'abate o da qualsiasi anziano per un qualunque
motivo
-
o si accorge semplicemente
che un anziano è sdegnato o anche leggermente alterato nei suoi
riguardi,
-
si inginocchi subito
dinanzi a lui, senza la minima esitazione, e rimanga così per riparare,
finché la benedizione dell'altro non sani quel lieve dissenso.
-
Se qualcuno si rifiutasse
altezzosamente di farlo, sia sottoposto a un castigo corporale e, se si
ostina in questo atteggiamento di ribellione, sia scacciato dal
monastero.
Capitolo
LXXII - Il buon zelo dei monaci
-
Come c'è un cattivo zelo,
pieno di amarezza, che separa da Dio e porta all'inferno,
-
così ce n'è uno buono, che
allontana dal peccato e conduce a Dio e alla vita eterna.
-
Ed è proprio in quest'ultimo
che i monaci devono esercitarsi con la più ardente carità
-
e cioè: si prevengano l'un
l'altro nel rendersi onore;
-
sopportino con grandissima
pazienza le rispettive miserie fisiche e morali;
-
gareggino nell'obbedirsi
scambievolmente;
-
nessuno cerchi il proprio
vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri;
-
si portino a vicenda un
amore fraterno e scevro da ogni egoismo;
-
temano filialmente Dio;
-
amino il loro abate con
sincera e umile carità;
-
non antepongano
assolutamente nulla a Cristo,
-
che ci conduca tutti
insieme alla vita eterna.
Capitolo
LXXIII - La modesta portata di questa regola
-
Abbiamo abbozzato questa
Regola con l'intenzione che, mediante la sua osservanza nei nostri
monasteri, riusciamo almeno a dar prova di possedere una certa
rettitudine di costumi e di essere ai primordi della vita monastica.
-
Del resto, chi aspira alla
pienezza di quella vita dispone degli insegnamenti dei santi Padri, il
cui adempimento conduce all'apice della perfezione.
-
C'è infatti una pagina,
anzi una parola, dell'antico o del nuovo Testamento, che non costituisca
una norma esattissima per la vita umana?.
-
O esiste un'opera dei
padri della Chiesa che non mostri chiaramente la via più rapida e
diretta per raggiungere l'unione con il nostro Creatore?
-
E le Conferenze, le
Istituzioni e le Vite dei Padri, come anche la Regola del nostro santo
padre Basilio,
-
che altro sono per i
monaci fervorosi e obbedienti se non mezzi per praticare la virtù?
-
Ma per noi, svogliati,
inosservanti e negligenti, ciò è motivo di vergogna e di confusione.
-
Chiunque tu sia, dunque,
che con sollecitudine e ardore ti dirigi verso la patria celeste, metti
in pratica con l'aiuto di Cristo questa modestissima Regola, abbozzata
come una semplice introduzione,
-
e con la grazia di Dio
giungerai finalmente a quelle più alte cime di scienza e di virtù, di
cui abbiamo parlato sopra. Amen.
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